T: TEMPO
di stefania bambace
TEMPO
Di Stefania BAMBACE
Buonasera a tutti, mi presento: sono il Tempo. Perdonatemi l‘invadenza ma ho ritenuto che fosse giunta l’ora (so essere anche spiritoso, vedete?) di riportarvi alla mia nozione, che presso voi umani mi sembra alquanto perduta.
Se me lo permettete, comincerei con voi parlanti di lingua italiana. Sarebbe meglio, infatti, non soffermarci su tutte le traduzioni del mio nome o finiremmo invischiati nelle sabbie mobili delle diverse interpretazioni e non ne usciremmo più. In quanto tempo, non vi basterei. Mi limito a darvi un piccolo esempio: le prime discordie avrebbero già inizio con il mio genere d‘appartenenza e ciò anche solo tra le più comuni lingue europee. Sono un essere maschile in Italia ed in Spagna, ma perché divento una donna sul suolo germanico? E perché i francesi asseriscono la mia mascolinità ma mi aggiungono graficamente la S del plurale? Non parliamo poi dell‘inglese, qui non è dato capire quale sia la mia identità, probabilmente rientro nella categoria che le giovani generazioni definirebbero “fluida“. Sorvoliamo, dunque.
Ciò che mi preme sottolineare è che, comunque vogliate chiamarmi, non mi sembra che abbiate capito molto di me e della mia importanza. Rivendicate i vostri deliri di onnipotenza credendo di poter fare di me ciò che più vi aggrada, in realtà mascherate una paura, anzi, un vero e proprio terrore di perdermi o di sciuparmi. Vi siete ingegnati nel creare ogni forma di misurazione per definirmi e contenermi, avete inventato lancette di varie fatture e dimensioni per esprimere il mio fluire, gli orologi, un capriccio estetico od un oggetto di lusso, un monito racchiuso in una sveglia, sopra un forno, su un telefono o perfino sull’alto di un campanile. Il linguaggio scritto di un movimento che, mi dispiace per voi, nonostante tutti i vostri sforzi non potete fermare. Anche se avete via via soppresso il sonoro dai vostri strumenti, il mio ticchettio, come un metronomo, non cessa di esistere. I calendari alle pareti o sui tavoli, nei vostri Smartphones o nelle vostre borse, sono letture difficili, mettono in evidenza il naturale procedere delle cose e la loro finitezza. Giorni, mesi, anni, eventi, persone.... Avete con me lo stesso rapporto tossico che vivete con Madre Natura, la quale è, per l‘appunto, mia madre, la mia generatrice.
È proprio la vostra bellissima lingua a conferirmi tale dignità: in italiano io sono anche le stagioni, il sole e la pioggia, le nuvole ed il sereno, non ho una bellezza stabile, posso essere bello, discreto oppure molto brutto. Magari bruttino se non mi sveglio particolarmente di cattivo umore. Sono dunque io a segnare le stagioni, anche le vostre, cioè quelle della vostra vita. Solo che voi non ne prendete consapevolezza, andate in confusione. Troppo spesso invecchiate senza mai maturare davvero. O siete acerbi o siete marci, incapaci di misurarvi con me senza subirmi. Allo stesso modo avete creato confusione stravolgendo le stagioni atmosferiche con i vostri interventi disastrosi sull‘ecosistema. E adesso ve la prendete con me! Ipocriti!
Però siete bravissimi a ripetere i tempi del passato, soprattutto quelli macchiati da crimini ed orrori. In questo ambito non siete confusi, siete smemorati. Eppure c‘è chi, tra di voi, ha saputo usarmi in modo magistrale e chi ancora ci riesce. Mi riferisco a chi sa essere in me, cioè nel tempo, anziché essere sottomesso al mio scorrere, come uno schiavo. Chi sa riempirmi di esistenza.
Per esempio chi sfrutta le mie potenzialità per creare capolavori musicali, chi riesce a riempirmi per esercitare con pazienza e con tenacia il proprio talento ed esprime genialità nelle arti e nelle scienze o bravura atletica od inventiva applicata agli ambiti più svariati del quotidiano. Mi gongolo quando sento: suonare, cantare, ballare a tempo, il primo ed il secondo tempo di un film o di un’opera teatrale. O di una partita di calcio. I tempi delle prestazioni sportive. I giusti tempi di cottura. Rispettare i tempi di parola (possibilmente anche quelli verbali, ce n’è tanto bisogno). C‘è chi si dedica al prossimo o a nobili iniziative. Chi raccoglie i semi delle esperienze che io spargo lungo il cammino e li lascia fiorire e fruttare. Anche prendendosi il rischio di sbagliare semina, a volte. C’è chi decide di partecipare ad un laboratorio di scrittura. Insomma, c‘è ancora chi sa cosa fare di me. Sono questi gli umani che mi danno ancora speranza.
Quanta tristezza, invece, nell‘osservare altre categorie di individui! Gli incongruenti che vorrebbero dominarmi come padroni ed altro non sono che accumulatori seriali, coloro che hanno fretta di ottenere e consumare tutto: oggetti, esperienze, persone, sempre in affanno nella ricerca di un nuovo bottino, bisognosi di vedere confermata la loro posizione di supremazia. E si perdono il cuore della vita. Oppure gli ossessionati del progresso, quelli che premono costantemente sull‘acceleratore e di fatto vivono in una perenne attesa di un indefinito che chiamano felicità, scordandosi di cercarla in quella parte di me che si chiama presente, o più precisamente, “ogni giorno“. Poi ci sono i lamentosi, insopportabili!! Quelli che hanno dispiegato innanzi a sé la tela della lamentazione. Praticamente uno schermo che impedisce agli occhi di guardare oltre, al cuore di sentire oltre, alle gambe di uscire dalla paralisi per andare oltre. E mentre loro si crogiolano nelle loro ingiustificate litanie di autocommiserazione, io intanto passo e me ne vado... Ah, quanti modi diversi di sprecarmi!
Ma voi la ricordate quella bella canzoncina per bambini (sedicente per bambini!) che raccontava la storia della tartaruga? Che “un tempo fu un animale che correva a testa in giù” e solo dopo essersi schiantata contro un muro ed aver rotto qualche dente decise di rallentare?
“La tartaruga, d‘allora in poi, lascia che a correre pensiamo solo noi“
perché quel giorno, poco più in l’à,
andando piano lei trovò la felicità:
che lei correndo troppo non aveva mai guardato.
La tartaruga lenta com’è
afferra al volo la fortuna quando c’è.
Cari umani, imparate la lezione della tartaruga! La sua storia, in fondo, è stata scritta proprio da un umano di gran valore. Usatemi bene, io sono un dono, non un despota, e soprattutto, vi prego, usatemi per amare! L’amore è l’entità più forte in grado di resistere al mio trascorrere. Inoltre, raccontate sempre, è una sublime strategia per potermi fermare.
A questo punto mi congedo con una frase di un altro gruppo di umani di gran valore, sono inglesi, conosciuti come Pink Floyd. Mi hanno dedicato una canzone meravigliosa ma di una malinconia struggente. Con la loro chiusa, vi saluto:
“The time is gone, the song is over, thought I'd something more to say”
Il tempo è finito, la canzone è terminata, pensavo di avere qualcosa in più da dire...
