T: TRAMONTO

di Stefania BAMBACE.

TRAMONTO
Di Stefania Bambace

Eccola, ci siamo, è arrivata anche oggi. Da oltre 50 anni le giornate di agosto muoiono sempre alla stessa ora. Almeno in questo luogo. Le mie postazioni sono anche rimaste le stesse: la riva, la spiaggia, l'angolo del terrazzino, il balcone in alto. A volte per assistere allo spettacolo mi sono spostata più su, sulla collina, dove i due piloni di ferro, i guardiani moderni che hanno scalzato via i mostri di Scilla e Cariddi, si guardano e a quest'ora danno il via al loro fraseggio d'amore. Sono salita diverse volte in alto, per vedere il mare tutto intero ed anche al di là, oltre una strisciolina di costa, ed assaporare così un tramonto in ampiezza ma non è mai stato un appostamento quotidiano. È in un perimetro ben definito e in precisi punti di osservazione che i miei tramonti vengono a trovarmi, non sono io a recarmi da loro. Sanno sempre come parlarmi ed ogni sera aggiungono un particolare al loro racconto.

Da bambina avevo solo gli occhi per fermare il momento, ma mi bastavano. I battiti delle ciglia nella sfida contro la luce intensa seguivano all'unisono i battiti del cuore, mentre il grande disco pian piano scompariva dietro la montagna, lasciando dietro sé i segni cromatici del suo passaggio che imbrattavano il cielo, le nubi e soprattutto il mare, in una scia ampia e lunga circa tre chilometri, ad unire in un abbraccio le due sponde. Salutando con la manina, davo al sole il mio arrivederci pieno di fiducia.

Crescendo, lo sguardo si è affidato alle competenze di una Yashica e dei suoi rullini per restituire immagini di una bellezza che a sua volta chiamava una struggente malinconia. Poi è toccato alla prima videocamera riprendere i passi di quel singolare cammino, oggi è il cellulare a contenere tutto: gli istanti, i micro movimenti del sole e le conseguenti diverse sfumature di luce, i fermo immagine, gli effetti panorama, i dettagli presi da vicino, ed ancora quel ritmo all'unisono di battiti di ciglia e palpiti del cuore mentre l'anima si lascia dolcemente naufragare in quel mare che “sempre caro mi fu“.

Rammento una celebre frase di Pessoa, reperibile ovunque in Internet e ridotta, ahimè, alla potenza evocativa di un messaggino da Baci Perugina: "Tutto è imperfetto. Non c'è tramonto così bello da non poterlo essere di più". Osservazione particolarmente vera quaggiù. In oltre 50 anni non un tramonto del cielo di agosto è mai stato uguale ad un altro. Complice una nuvola in più o in meno, l'inclinazione o l'ampiezza di un raggio, i giochi delle correnti che creano un dipinto sempre nuovo sulla superficie del mare, la luce che rimanda colori diversi di minuto in minuto, la barca di un pescatore proprio al centro del riflesso del sole, un branco di delfini che sembra giocare con una palla colorata buttata in mare dal cielo sovrastante. Ogni sera uno spettacolo improvvisato. Un tramonto in movimento.

Molto altro è cambiato, tutto attorno. Le case, la gente, i rumori, i silenzi assordanti di chi non c'è più, il fastidio di troppo altro che invece c'è in abbondanza. Dentro il tramonto, però, l'eccesso si svuota ed io sono dentro quell'ora che nulla ha a che fare con il tempo. È una dimensione parallela, in cui parlano lo stupore, la commozione, l'estasi, la gioia, la nostalgia. Passato, presente e futuro sono liquidi, mescolati in punta di pennello e restituiti in forma di colore.

Un amico di Giuseppe, molti anni fa, un ragazzo di origini etiopi venuto in visita, disse che quei tramonti gli ricordavano tanto i suoi dell'Africa. Una frase che mi è rimasta scolpita dentro. Un moto simile è ciò che mi trasporta all'ammirazione di ogni tramonto, in qualsiasi luogo, contesto o stagione. Non è la ricerca ansiosa di un parallelismo ma un legame che, come una faglia sotterranea, mette in comunicazione le reazioni emotive da un luogo ben noto a tutti gli altri luoghi occasionali.

Amo gli incendi dietro le montagne, fra gli alberi di un parco, la sfera rossa che si tuffa nell'oceano. Tornano alla mente i tramonti dei luoghi più esotici che ho avuto la fortuna di visitare, insieme ad altri più ordinari, immersi in una Natura più familiare. Tramonti che lanciavano riflessi abbaglianti ed infuocati sulle rocce, le scogliere, il deserto o le palme oppure quieti mari del Nord tinti di colori pastello. Cieli improvvisamente rosati tra i tetti delle case del mio amato quartiere. E sempre quell'urgenza di documentare il respiro della luce, farne scorta per l'aria pesante del banale consueto.

Eppure ogni volta non posso fare a meno di pensare che sto celebrando l'incanto di qualcosa che finisce. La mia irruenza giovanile, mai veramente sopita, che reclama e celebra la bellezza di esistere si scontra da sempre con il fascino di questi trapassi di luce, che aprono alla notte, al buio, all'ignoto ma anche alla stanchezza che incede. Con gli anni la mia attenzione privilegia, al quadro d'insieme, il dettaglio talvolta a me sola visibile delle linee e dei contornos che il sole ormai sparito ha disegnato nel cielo. Così come i bambini cercano di indovinare le forme delle nuvole, io mi ritrovo a lasciare irrompere il pensiero nel mio caleidoscopio di emozioni e, tra una quieta sfumatura impressionista ed un graffio surrealista, indugio nell'interpretare un messaggio. Vorrei leggere il mistero scritto dietro al colore che il sole sembra aver lasciato lì apposta.

Si acquetano intanto le nuvole della mia esistenza, chi può temere un acquerello? Tra le loro pieghe voglio scoprire cosa va a terminare insieme con il giorno. La nota finale di una canzone, l'ultimo cucchiaino di un dolce alla crema, la sera che chiude le vacanze estive, la parola che conclude un romanzo, un bacio di buonanotte o di addio. C'è forse qualcuno, un messaggero nascosto tra il viola, l'arancio ed il rosa? Vorrei sapere, vorrei capire… Infine mi arrendo ad un pensiero semplice. Penso che è bello tramontare nel colore, lontano dal grigio, e poi trapassare nella luce, nel riflesso dell'acqua, nella pace.

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