C: CHENG DU – CAPO CANTIERE - CINA (1995-1997)

di giuseppe bambace


CHENG DU – CAPO CANTIERE - CINA (1995-1997)

Di Giuseppe Bambace

Sono arrivato a Cheng-du per la prima volta a luglio 1995, in un’estate calda e piovosa. Era trascorsa una sola settimana dal rientro dalla Siberia, dove avevo trascorso quasi due anni in un cantiere molto impegnativo. Avevo affrontato il viaggio di ritorno sotto la neve, per cui l’arrivo in una zona tropicale era un cambiamento meteorologico epocale, oltre che culturale e professionale.

Non ero nello stato d’animo migliore, perché sognavo di godermi una meritata vacanza prima di affrontare una nuova sfida, ma la curiosità intellettuale di vivere un’esperienza in Cina, un Paese nuovo e così ricco di fascino, aveva preso il sopravvento.

Mi era stata assegnata la mansione di capo cantiere in due impianti distinti, situati a tre ore di volo e 12 ore di treno l’uno dall’altro, entrambi destinati alla produzione di alluminio.

Il più grosso comprendeva due colate continue, quattro laminatoi oltre ad altri macchinari accessori, e sarebbe stato uno dei primi in Cina per la produzione di foglio sottile, impiegato nell’industria degli incarti del latte UHT. Quando si dice sottile s’intende esattamente questo: 6,5 millesimi di millimetro, più sottile dello spessore di un capello, che usciva dal laminatoio a 1000 m/min, velocità ragguardevole per quell’epoca.

Il più piccolo era costituito da due colate continue tipo speed caster, cioè in grado di produrre ad una velocità superiore alle macchine fino ad allora in uso nell’industria del settore.

I rotoli laminati allo spessore desiderato passano nei reparti di finitura, dove vengono ulteriormente lavorati per diventare vaschette, blister per pastiglie, rotolini CUKI che usiamo in cucina, ed i 6,5 micron il foglio che viene accoppiato con politene e carta per formare il cartoccio di latte UHT, che richiede la presenza di un foglio di alluminio per effettuare la saldatura ermetica.

I rotolini meritano una menzione speciale: avete notato che una superficie è opaca e quella opposta lucida? La superficie opaca è quella che nella laminazione doppia rimane all’interno dei fogli sovrapposti; quindi, non viene a contatto col liquido di raffreddamento dei rulli di laminazione, costituito da cherosene additivato. Mi raccomando, quindi, di avvolgere i cibi nella parte opaca per maggiore sicurezza.

Tornando alla storia, entrambi gli impianti erano in stato avanzato di montaggio sotto la supervisione di personale specializzato della azienda per cui lavoravo. Il mio compito consisteva nella gestione del personale, perché le fasi di montaggio e conseguente messa in servizio fossero realizzate nei tempi e nei costi programmati, fino ad ottenere l’accettazione da parte dei clienti dopo l’esecuzione dei test di produzione e di qualità.

Avrei fatto base presso il sito più grosso, con sopralluoghi mensili presso l’impianto più piccolo, a meno di imprevisti che avessero richiesto interventi specifici a più breve scadenza.

Il progetto si è protratto per circa un anno e mezzo, con alterne fortune: momenti di progresso importante, altri di inconvenienti che ne hanno rallentato la conclusione, avvenuta nella primavera del 1997 con una grande cerimonia di inaugurazione, presente l’allora ministro del commercio con l’estero Augusto Fantozzi.

Ciò mi ha permesso di vivere un’esperienza professionale senza uguali, ma soprattutto di condividere la realtà umana e sociale di un Paese che stava profondamente cambiando sotto i miei occhi, guidato dalla spinta riformatrice del leader Jiang Zemin, salito ai vertici del potere del PCC all’indomani dei tragici eventi di Piazza Tienanmen e che aveva assunto la presidenza del Paese nel 1993.

Avevo coltivato grandi aspettative verso questo Paese, che il nostro immaginario dipinge come la patria di Confucio, fucina di arte, cultura, medicina alternativa, gastronomia, seta pregiata e tanto altro.

Ma il primo impatto è stato ostile. Cheng-du è la capitale del Sichuan, una regione molto conservativa e legata indissolubilmente al culto di Mao, quindi molto chiusa alla diversità. Il sobborgo dove era stato dislocato l’insediamento industriale era un’area prevalentemente rurale; il paese pullulava di piccoli esercizi commerciali a conduzione familiare, aperti come appendice delle abitazioni stesse.

Poche automobili private sulle strade, che brulicavano di biciclette, risciò, taxi, pulmini per trasporto collettivo, carri trainati da animali, camion sovraccarichi di ogni sorta di merce. La strada principale che collegava il paese alla capitale era talmente affollata che richiedeva circa 2 ore per percorrere poco più di 20 km.

La nostra squadra di tecnici, primi occidentali ad abitarla anche se per un periodo limitato, era apostrofata e additata ovunque come laowai, gli stranieri in senso spregiativo. Ricordo che spesso provocavamo ingorghi stradali davanti ai negozi, perché pedoni, macchine e risciò si fermavano per osservare quelle strane creature con le braccia pelose. Quando i commercianti si sono resi conto che eravamo una buona fonte di reddito, il rapporto si è trasformato in una gentilezza smisurata, fastidiosa, che però ci ha reso le cose più facili.

D’altra parte, rimangono scolpite nella memoria cartoline di un mondo che tramandava la tradizione e che in pochi anni sarebbe stato spazzato dal nuovo corso economico e sociale, sacrificato all’economia di mercato di scuola cinese, forse più brutale del liberismo dei Paesi occidentali.

Conservo fotografie sbiadite di quelle attività ormai dimenticate: contadini che arano il loro piccolo appezzamento di terreno con l’aratro trainato da una coppia di bufali; parrucchieri di strada che dispongono il loro banchetto lungo i viali alberati; il riso steso su stuoie di canapa lungo il ciglio della strada perché i camion di passaggio lo calpestassero per separare la pula; anziani che praticano il Qi Gong in gruppo nei giardini e nelle poche aree verdi del paese.

Una menzione speciale merita il quartiere del mercato, suddiviso geometricamente per categorie commerciali, che si esercitano in parte al chiuso, in parte all’aperto lungo la strada che si snoda tra le botteghe.

Nei bassi fabbricati con tetti di coppi di colore nero e pavimento in terra battuta gli artigiani lavorano con mani esperte la ceramica, per produrre vasellame di ogni foggia e dimensione richiamando i temi delle varie dinastie del passato, o dipingono le superfici interne di piccole bottiglie con scene tradizionali, usando pennelli sottilissimi ed un’abilità da mozzare il fiato.

All’esterno si commerciano frutti e vegetali rigorosamente locali, alcuni dei quali possiamo trovare oggi nei nostri mercati, ma che allora erano a noi totalmente sconosciuti. La colonna sonora è costituita dai richiami dei commercianti, dal canto di migliaia di uccelli in mostra in gabbiette di legno.

Ma i dettami del governo centrale non si possono discutere, vanno presi alla lettera. Ne sono un insegnamento la stretta militare e la colonizzazione forzata del vicino Tibet o l’eco giunta fino a noi di sommosse e attentati dinamitardi nella remota provincia del Xinjiang a maggioranza musulmana, soffocate dall’intervento militare.

Perciò il quartiere dei mercatini è stato raso al suolo e sostituito con moderni grattacieli e centri commerciali; è stato inaugurato il primo Hotel Holiday Inn di oltre 30 piani, in soli 8 mesi dall’inizio dello scavo delle fondamenta; la strada affollata di collegamento alla capitale è diventata un’autostrada a 3 corsie per senso di marcia, solcata da automobili private e SUV all’ultima moda; l’aeroporto che era assimilabile ad una baracca con pista annessa è stato trasformato in una moderna struttura di architettura avveniristica in granito, vetro e alluminio, paragonabile all’aeroporto di Monaco di Baviera.

Ho assistito alla proliferazione di banche private, mentre i notiziari TV passavano ossessivamente ogni giorno gli incontri di Jiang Zemin con delegazioni straniere, molte di Paesi europei, per firmare accordi commerciali per la costruzione di siti industriali di vari settori con tecnologia allo stato dell’arte, premessa del fenomeno che oggi chiamiamo delocalizzazione.

In antitesi allo sviluppo sfrenato, del nostro sobborgo rimane il ricordo della povertà delle classi rurali, la classe operaia vestita ancora della tunica e cappello retaggio del periodo maoista, lo sciabattare delle madri che attendevano lo scuolabus dei loro figli unici per poi ritirare la cena fatta di riso e verdure presso la mensa collettiva, gli addetti alla raccolta rifiuti che si contendevano la nostra spazzatura, il rammarico del nostro interprete, alla cui generazione era stato negato il diritto alla scuola per 6 anni dal regime della rivoluzione culturale proletaria, rimasta al potere fino al 1978.

Ma degna di ammirazione anche l’età media giovane dei responsabili di settore della fabbrica, precursori del progetto di creazione di una classe dirigente, la loro ricerca spasmodica della comunicazione informatica per raggiungere spazi ed orizzonti preclusi ai loro genitori.

In conclusione, resta la grande emozione di aver visitato un grande Paese, in piena ebollizione per una transizione epocale, che si manifestava con forti contraddizioni. Per fare un parallelo in scala minore, è stato come vivere il boom economico italiano degli anni ’60 realizzato in pochi anni, per cui la tradizione e la modernità si sono sovrapposte, in una contrazione della dimensione temporale.

Rimane come denominatore comune l’orgoglio sciovinista per la propria terra. Infatti, la parola cinese per Cina si dice Zhōngguó, che significa il Regno di Mezzo. Per loro ciascun popolo esterno è di rango inferiore, di qualsiasi confessione, razza o colore esso sia.

La sensazione più forte, intrisa di malinconia, è il dubbio che questa trasformazione abbia lasciato indietro la filosofia confuciana e la ricerca interiore di spiritualità, nel nome di un utilitarismo feroce.

Ora che la Cina detiene il 70% del debito pubblico USA, che ha acquistato in senso letterale interi Paesi africani e le loro materie prime, che vanta diritti su Hong Kong e Taiwan, dovremo essere consapevoli che gli equilibri geopolitici del mondo sono cambiati quindi richiedono il ripensamento di una strategia futura di confronto con la nuova realtà, o dovremmo chiamarlo il nuovo nuovo mondo dopo il 1492 della scoperta dell’America?

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