B: Busan – Corea del Sud (1992-1993)

di Giuseppe Bambace

Busan – Corea del Sud (1992-1993)
Di Giuseppe Bambace

Ero in procinto di chiudere un progetto in Corea del Sud a Ulsan, la città della Hyundai, quando il mio direttore della consociata californiana mi comunica che l’anno dopo sarei tornato in Corea, a Busan, megalopoli di 5 milioni di abitanti, il più grande porto del sud-est asiatico per lo smistamento di containers, per assumere la direzione di un cantiere ben più grande e per me del tutto nuovo: una linea di verniciatura per nastro d’acciaio.

Per intenderci si trattava di un bestione lungo quasi 200 m, con due torri d’accumulo alte 16 m, una struttura metallica del peso di circa 150 t, progettata per processare bobine di acciaio del peso di 12 t, sgrassarle in una sezione chimica, applicare un velo chimico con la funzione di aggrappante, verniciarle allo spessore desiderato, cuocerle in forni a gas alla temperatura di 250-350 °C e riavvolgerle su un aspo; un processo realizzato in continuo per sfornare un semilavorato pronto per le lavorazioni successive di formatura, piegatura, taglio in formati e longitudinale.

L’obiettivo era di alimentare l’industria edile e degli elettrodomestici, la cantieristica stradale e navale, settori famelici in quel periodo di sviluppo vorticoso del Paese, che stava subendo profonde trasformazioni abbandonando l’economia rurale tradizionale per assumere le sembianze di una società capitalistica, con la creazione di una borghesia media, una classe dirigente istruita (da consulenti americani) e che si manifestava in una corsa al consumismo compulsivo rivolto ai tipici status symbol: l’auto Hyundai, l’appartamento finalmente grande, dotato di tutti i dispositivi che rendono la vita più confortevole. Insomma, un boom economico di stile italiano anni ’60, ma compattato in un numero ridottissimo di anni.

Purtroppo non per tutti: alcune fasce sociali non erano state invitate alla festa, come ad esempio i contadini e gli operai. La conseguenza era la creazione di una dicotomia fra coloro che potevano accedere al benessere e le fasce deboli che vedevano aumentare la distanza tra le classi sociali, e che iniziavano ad organizzare i primi scioperi di rivendicazione salariale e di condizioni migliori di lavoro. Nulla a che vedere con ciò che era accaduto in Italia: nella nostra fabbrica lo sciopero si traduceva in mezzora di sit-in con bandana rossa in testa e slogan cantati con tono garbato.

Per me, osservatore esterno, nuotare in questo brodo primordiale significava assistere ad una sovrapposizione di due mondi antitetici, un grande schermo su cui venivano proiettati in contemporanea due film girati in epoche distantissime; in pratica era come vivere una contrazione della scala del tempo.

La città brulicava di auto di ultimo modello, gli adolescenti si abbandonavano ai grassi saturi dei fast food USA riempiendosi la faccia di brufoli, i negozi di abbigliamento scimmiottavano i nomi delle grandi firme europee (io stesso ho calzato un paio di scarpe di grido firmate Salvatore Fellagamo), mentre a distanza di 10 km dalla città le donne vestivano i costumi tradizionali di seta dai variegati colori pastello e lavavano i panni al fiume.

Ma l’atmosfera era pervasa da un grande fermento accompagnato da sorrisi gentili e sguardi rivolti in avanti, nutriti dalla solida certezza di una prospettiva di miglioramento delle condizioni di vita.

Il modello di riferimento sociale ed economico rimaneva il Giappone, nonostante verso quel Paese i coreani nutrissero un rapporto ambiguo di amore-odio, a causa delle atrocità commesse dai giapponesi a seguito dell’annessione imposta nel 1910 e protrattasi fino alla loro resa agli alleati nel 1945.

In fabbrica questo modello si traduceva in una rigorosa organizzazione gerarchica, che si evidenziava anche nell’abbigliamento: tute di colore grigio sbiadito per i livelli inferiori, azzurro vivace per i capi squadra. Anche sugli elmetti di protezione venivano applicate strisce di nastro nero in numero e larghezza diverse, a seconda del grado di funzione e responsabilità.

Ma ciò non spegneva il loro innato approccio umano, a volte un po’ invadente ma spontaneo, misto della tipica cortesia di maniera orientale arricchito da una connotazione specifica di contatto fisico in stile mediterraneo. Ricordo nei primi giorni la loro sorpresa nel vedere uomini ricoperti di barbe e braccia pelose, che avevano destato talmente tanta curiosità da creare assembramenti per poter toccare quelle strane creature.

Per quanto riguardava il mio compito, non nascondo che all’inizio pizzicavano le farfalle nello stomaco, sia per la magnitudo del progetto, che per la novità assoluta di quel tipo di impianto. Per di più l’ordine era stato acquisito dalla nostra società sorella con sede a San Diego, in California; quindi le macchine e gli impianti sarebbero stati tutti di fornitura USA e di conseguenza il personale di cantiere per la messa in servizio sarebbe giunto da diversi stati degli USA, da coordinare e far dialogare perché il lavoro procedesse nei tempi programmati, in poche parole, come si direbbe a Harvard, “A pain in the ass”.

In effetti la realtà si è rivelata più ardua delle previsioni, per superare lo scoglio culturale e linguistico nel mediare le differenze tra tecnici di Pittsburgh e loro colleghi di Atlanta o di altri stati del sud, ed affrontare in modo diplomatico il rapporto tra loro ed i punti di vista del cliente. Non sono mancati siparietti divertenti con tecnici inglesi dalla pronuncia ortodossa, che chiedevano a me la traduzione di quanto detto dai tecnici USA.

Ci è voluto un anno intero, con due viaggi intermedi in Giappone per rinnovare i visti di ingresso in Corea, ma alla fine il progetto si è concluso positivamente con la cerimonia di inaugurazione in grande stile e la benedizione della linea con sangue di maiale spalmato sulle colonne metalliche, in segno beneaugurante per scacciare il rischio di incidenti mortali.

Le giornate di lavoro si protraevano fino a tardo pomeriggio, ma nelle poche ore livene venivamo contagiati dall’atmosfera vibrante del quartiere dove eravamo alloggiati in un hotel affacciato sul mare del Giappone. All’imbrunire sul lungomare antistante la spiaggia di Haeundae, lunga oltre un chilometro, nascevano improvvisamente innumerevoli gazebo e tende nei quali venivano servite le leccornie della cucina locale di mare, mantenute in piccoli acquari alimentati da generatori per garantire la freschezza in acqua corrente, affettati a crudo e accompagnati con salsine di rafano e peperoncino piccante.

Ricordo i tentacoli di un polpo con terminazioni nervose ancora vive, che cercavano di fuggire in tutte le direzioni al di fuori del piatto di portata. Invece i vermi di fondale tinta sabbia non manifestavano le stesse velleità di fuga, infatti venivano serviti interi. Certamente la birra contribuiva a superare le remore sulla crudeltà del servizio e sulla qualità del cibo, così distante dai nostri gusti.

In effetti di tutti i Paesi asiatici che ho visitato, la Corea è quello che può vantare la cucina più povera in assoluto: riso con verdure cucinati nel wok, la classica pentola di origine cinese di forma semisferica, e il Bulgogi, ovvero straccetti di carne grigliati su bracieri posizionati a centro tavola perché i commensali potessero servirsi direttamente in spirito di condivisione e armonia.

Tuttavia una menzione speciale merita il piatto nazionale, chiamato Kimchi. I semplici ingredienti sono foglie di cavolo cinese, aglio, sale e peperoncino, disposti a strati sovrapposti e lasciati a fermentare in una salsa di pesce in otri di terracotta per i mesi invernali, in modo da assumere il caratteristico aroma di composto marcio; l’assaggio ne confermava l’impressione olfattiva.

Ma i coreani ne sono talmente orgogliosi che qualche anno dopo, nel 1996, ne avrebbero preteso l’esportazione massiccia in USA in occasione delle Olimpiadi di Atlanta come piatto irrinunciabile per i loro atleti, sfiorando l’incidente diplomatico al diniego delle autorità doganali USA, che alla fine si sarebbero arrese alle richieste insistenti del Paese alleato.

In questo contrasto epocale di stili di vita era sopravvissuta l’istituzione del mercato rionale di strada, grazie all’attitudine innata dei popoli orientali al commercio. Ne esistevano numerosi nella metropoli; uno dei più pittoreschi, fornito di ogni varietà di articoli di vari generi, era quello di Gukje. In effetti, per estensione, si trattava di un quartiere all’interno del quartiere, a pianta squadrata sul modello di un campo militare, suddiviso in riquadri ciascuno dei quali specializzato in determinati articoli, dai generi alimentari all’abbigliamento artigianale in pellame.

In questo pentolone ribollente di scambi commerciali, anche per noi occidentali era inevitabile essere coinvolti in trattative serratissime all’ultimo Won, consuetudine pretesa dai commercianti stessi e che in più occasioni si concludeva con l’applauso convinto di un uditorio radunatosi per valutare le stoccate dei contendenti.

Nei rari momenti di pausa la fatica poteva essere lenita in piccoli locali, in cui si poteva gustare la birra locale Hite o Cass, accompagnata da bocconcini di seppia essiccata, dal gusto elastico e deciso. I più temerari potevano sorseggiare il Soju, il liquore nazionale, in pratica un distillato di riso di gradazione 20% vol., ma dal gusto invasivo. Tuttavia, diluito nella birra aumentava le probabilità di sopravvivere e di non mandare messaggi patetici ai propri ex.

Faceva da contraltare alla confusione ed ai decibel prepotenti dei mercati rionali l’ambiente ovattato e le luci soffuse delle sale da tè, che ho avuto la fortuna di frequentare in compagnia di pittori, scultori e altri artisti locali, introdotto in questo ambiente privato da un pittore in voga che ho conosciuto per caso una sera sotto lo stesso gazebo sul lungomare, divertito dalla mia riluttanza a consumare vermi di fondale o pomodori di mare dal profumo combinato di acque nere e pesce marcio.

In una città in cui era impossibile soffrire di solitudine, era gradevole trascorrere alcune ore in un ambiente rilassato ed assistere a conversazioni dotte (almeno così sosteneva il mio amico pittore), pronunciate con voce sommessa. Unico rammarico lo scarso grado di partecipazione a causa dei miei limiti di conoscenza della lingua coreana. Ma l’atmosfera era amichevole, il tè al sesamo aveva un aroma particolare ma piacevole, soprattutto perché servito con il rituale tradizionale ricco di gesti forse troppo cerimoniosi, ma maledettamente affascinanti per un occidentale frullato nell’economia del libero mercato.

Di quella esperienza conservo alcuni quadri ad acquerello realizzati dal mio amico, che raffigurano scene di natura pura, in evidenza acqua scrosciante e condensata in nuvole filanti che abbracciano colline impervie ricoperte di vegetazione lussureggiante, espressa nei toni soffusi di verde e di grigio: una sintesi traboccante di armonia e di sensibilità.

Ma nel mio baule dei ricordi ho trovato anche le domeniche trascorse nei templi buddisti, arrampicati nella quiete di luoghi appartati, sempre in presenza di corsi d’acqua, raggiungibili rigorosamente a piedi, quasi in pellegrinaggio, ma festoso e sereno, fino alla soglia del tempio di fronte al braciere degli incensi, a partire dal quale l’atmosfera mutava in misticismo, che raggiungeva l’apice all’interno della sala delle preghiere, un anelito universale oltre e al di sopra di ogni credo.

In conclusione, i due anni trascorsi in Corea sono impressi in modo significativo tra le mie esperienze di vita, una grande palestra per esercitare la comprensione di culture lontane, aprire la mente a prospettive diverse dai canoni occidentali, privilegiare gli aspetti comuni anziché stigmatizzare le differenze, ad eccezione del kimchi, ovviamente.

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