S: Sajanogorsk – Siberia sovietica (1993-1995)
di Giuseppe Bambace
Sajanogorsk – Siberia sovietica (1993-1995)
Di Giuseppe Bambace
Avevo concluso positivamente due progetti in Korea del Sud ed ero in attesa di ricevere notizie sulla mia destinazione successiva, quando sono stato convocato in direzione per essere informato che mi sarei unito alla squadra che stava completando il montaggio di un intero stabilimento per la produzione di alluminio crudo e prodotti accoppiati per imballaggi in una località della Siberia centrale.
Il commento forse più leggero alla notizia m’è stato esternato da alcuni miei amici, che fra risate irritanti mi hanno detto che si trattava certamente di un premio per il risultato del progetto precedente. In effetti devo ammettere che in prima battuta ho avuto una reazione di costernazione, sia per il luogo, che per la mansione piuttosto delicata, perché inquinata da risvolti politici interni, a causa di divisioni e dissidi tra il reparto a cui facevo capo e un altro ente aziendale che figurava come capo commessa. In altre parole, una bella patata bollente, nonostante le temperature polari.
Il viaggio stesso per raggiungere Sajanogorsk si è rivelato un’epopea di altri tempi: raggiunta Mosca con uno scalo in Germania, ore di attesa all’aeroporto internazionale di Sheremetievo 2, architettura di rigore tedesco, quasi lugubre, luci soffuse, controllo passaporti e visti d’ingresso estenuante. All’uscita siamo stati investiti da un odore acre di fumi di scarico di una miriade di taxi e autobus, evidentemente prodotto da gasolio di infima qualità.
Ci attende un’auto per il trasferimento all’aeroporto nazionale di Domodedovo, destinato ai voli diretti a est. Ci immergiamo nel traffico caotico di fine inverno con una sensazione di disagio, che nemmeno la vista della Moscova fumante riesce ad alleggerire, e dopo quasi due ore di auto giungiamo all’aeroporto, che ci appare spoglio e silenzioso sotto una coltre di neve.
L’interno è altrettanto spoglio e squallido. Apprendiamo che l’orario di partenza dei voli per la Siberia è del tutto aleatorio; dopo ore di attesa in una saletta fredda, verso le 3 del mattino una hostess urla in russo il nome della destinazione del volo e ci avviamo verso la pista sperando di aver compreso correttamente.
Quattromila trecento chilometri e quattro fusi orari ci separano dall’aeroporto di Abakan, regione autonoma della Khakassia. Dai finestrini poche fioche luci visibili a terra, una distesa infinita di foreste alternate ad aree brulle che riflettono sulla neve il biancore della luna. Alcuni di noi lamentano l’assenza di cinture di sicurezza, altri sono vicini ad una crisi isterica per la presenza di una spessa coltre di ghiaccio sul telaio interno dell’oblò. All’arrivo i piloti rivelano una grande abilità nel far atterrare un Tupolev ANT-35 su una pista totalmente ghiacciata, probabilmente maturata in addestramento militare.
Ancora un’ora e mezzo di pulmino ed arriviamo ai nostri alloggi, all’interno di casermoni austeri di architettura tipicamente sovietica, dotati di portineria sorvegliata per ogni scala, all’interno della quale era presente l’unico telefono di comunicazione con l’esterno ad uso collettivo.
La vista dello stabilimento ha destato subito impressione: un formicaio di dimensioni ragguardevoli dove brulicava un numero considerevole di persone, non sempre in ordine logico. In realtà l’intero paese di Sajanogorsk è stato fondato per servire una delle più grandi centrali idroelettriche, costruita a metà degli anni ’70 sulle sponde del fiume Enisej, uno dei tre grandi fiumi siberiani. Alimentata da un bacino grande 621 km², ha una potenza di oltre 6 milioni di kW. Proprio per merito di questa grande disponibilità di energia, era il sito ideale per la realizzazione dello stabilimento di produzione di alluminio, una tecnologia fortemente energivora.
Dai pani di alluminio al foglio sottile e imballaggi compositi per prodotti alimentari e di uso domestico: questa potrebbe essere la sintesi di un sito composto da una fonderia, tre linee di colata, un reparto di laminazione comprendente 5 laminatoi, forni di ricottura, sdoppiatrici e linee di taglio longitudinale e trasversale, un reparto di converting dove l’alluminio veniva accoppiato con carta e politene, verniciato su linee di stampa rotocalco e flessografica. Reparti di servizio alla stampa, laboratori, centrale termica, impianti di tutti i mezzi energetici necessari al processo.
In pratica uno degli esempi in cui il paese nasce e si sviluppa intorno alla sede prescelta dal governo centrale per la costruzione di un insediamento industriale che prende vita con l’impiego di migliaia di persone, attirate dalla promessa di salari molto superiori a quelli che era possibile ottenere nella Russia europea.
In realtà nel corso del progetto ho assistito a scioperi bianchi per rivendicazioni salariali e maggiori tutele di sicurezza sul lavoro. Lo sciopero come lo intendiamo noi non era praticabile in un contesto siberiano, in cui il maggiore azionista dell’azienda era uno dei più potenti oligarchi usciti dal disfacimento dell’URSS e del socialismo reale. In realtà la protesta si svolgeva con una dinamica singolare: come mi ha confessato un capo squadra, "loro fingono di pagarci, noi fingiamo di lavorare".
La posa della prima colonna del capannone principale era avvenuta 3 anni prima e ce ne sarebbero voluti altri 2 per la messa in funzione di tutte le macchine ed impianti, per raggiungere le prestazioni previste a contratto.
Un anno e mezzo trascorso in questa regione remota mi ha dato l’occasione di lavorare in un ambiente internazionale e multiculturale, per la presenza di tecnici di diversi Paesi, dai quali ho imparato che un qualsiasi tema possa essere visto da diverse prospettive come in un prisma di Newton e, di conseguenza, possa essere sviluppato con molteplici soluzioni.
Ma quello che la Siberia mi ha lasciato dentro è la sensazione della potenza prepotente della natura, di fronte alla quale persino l’uomo tecnologico appare attonito, indifeso. La vastità degli spazi, l’estensione delle foreste di betulle e della radura, che i russi chiamano taiga, le sorprese che la natura riserva in ogni stagione.
L’inverno è certamente il vento teso che giunge dall’estremo nord non trovando barriere naturali a mitigarlo e che trafigge la faccia come spilli appuntiti. Per fortuna quell’inverno del 1994 la temperatura non è mai scesa al di sotto di -38 °C, comunque sufficiente a cristallizzare rami, alberi, marciapiedi, vetri delle auto e qualsiasi forma di vita in una dimensione fiabesca di immobilità e di silenzi assordanti.
La primavera giunge quasi inaspettata, trasformando il manto di neve in rivoli d’acqua che alimentano il terreno da cui spuntano fiori minuscoli dai colori accesi; l’aria profuma di nuova vita, gli umani calzano gli stivali per poter accedere alle strade ricoperte di fango e pozzanghere, ma la poesia supera il disagio.
L’estate è brevissima ma accecante, come se tutti gli esseri viventi fossero consapevoli di dover completare il loro ciclo vitale in poche settimane prima del ritorno del freddo. La temperatura sorprendentemente elevata fino a +30 °C favorisce un’esplosione di colori e di suoni, mentre le zecche infestano i prati di erba alta e gli alberi da cui tendono agguati ai malcapitati in cerca di frescura. Tra gli esseri umani vengono rispolverati vestiti sgargianti, si moltiplicano grigliate di shashlik (spiedini di bocconcini di maiale marinati in acqua salata, cipolle, alloro), rinfrescati con arbus (anguria) e ovviamente innaffiati con abbondante vodka. In paese i rifiuti fermentano pigramente al sole, offrendo nutrimento a insetti famelici.
Infine, l’autunno annuncia il suo arrivo con un mantello di sfumature di giallo, arancio e rosso che ricopre le foreste a perdita d’occhio, gli animali preparano i loro giacigli e gli umani si dedicano alle conserve in salamoia da gustare nelle serate d’inverno, quando gli unici ortaggi freschi, anzi gelati, sono rape e tuberi in generale.
I 4300 km che ci separano da Mosca sembrano anni luce in questa dimensione, che vive col respiro della fabbrica, ed i cui unici svaghi si consumano al chiuso di ristoranti con annesso il palco danzante dove la musica insiste a livelli assordanti, quasi ad alienare lo spirito dagli affanni quotidiani.
Le comunicazioni sono primitive: per ottenere una conversazione telefonica occorre prenotare il telefono pubblico in portineria, specificando giorno e durata non superiore a 10 minuti. Mi è rimasta impressa la sorpresa di un collega USA, che aveva prenotato la chiamata col nostro ufficio tecnico di Torino e che dopo un minuto si è visto interrompere la conversazione da un operatore che gli intimava di parlare italiano.
La TV trasmette programmi musicali e commedie teatrali, un numero ridotto di partite del campionato del mondo di USA 1994 in differita il giorno seguente.
I generi alimentari per il nostro personale arrivano in container dall’Italia, le poche auto a disposizione vengono assegnate a turno, benzina e prodotti di pregio come la carne si trovano al mercato nero. Ma gli spostamenti al di fuori del comune sono difficili e devono essere autorizzati da permessi rilasciati dalla polizia.
A noi rimanevano i privilegi di organizzare alcune escursioni nelle località di maggiore interesse della regione, tra i quali vorrei menzionare uno naturalistico ed uno storico.
Ricordo vividamente i monti Sajani, catena rocciosa simile alle Alpi che ci separava dalla Mongolia, che purtroppo abbiamo potuto visitare solo parzialmente perché la regione confinante del Tuva era territorio in cui erano avvenuti attentati contro le autorità russe.
Emozionante anche la visita al villaggio di Shushenskaya, dove era stato esiliato Vladimir Ilic Lenin dal regime dello zar; ancora intatte le abitazioni, la sua casa, il suo studio arredato coi mobili originali, compreso lo scrittoio dove ha elaborato il suo pensiero rivoluzionario.
Per gli abitanti già nelle ultime fasi del progetto le dure condizioni di vita quotidiana si erano in parte ammorbidite, al mercato si potevano trovare prodotti provenienti dalle repubbliche meridionali, dal clima generoso e terre grasse e rigogliose.
Maggiormente sensibili alle sirene della vita agiata, le giovani generazioni raccolgono l’eco di un mondo lontano, che credono luccicante e pieno di opportunità e desiderano emigrare altrove. Abbiamo registrato sette matrimoni celebrati tra i nostri tecnici e insegnanti di inglese della locale scuola secondaria, che è stata costretta a rimpiazzare frettolosamente le fuggiasche.
Non so come la situazione si sia evoluta dopo il mio rientro a fine giugno 1995, immagino che l’area abbia goduto di una modernizzazione, anche se in misura più contenuta rispetto agli sfarzi e gli eccessi delle grandi città della Russia europea. Ma nutro il sospetto che le aspirazioni maggiori siano state rivolte ai beni di consumo, in una ricerca spasmodica che assomiglia molto al nostro consumismo compulsivo e che la ricchezza generata dalla enorme fabbrica sia stata destinata esclusivamente al potente oligarca Oleg Deripaska ed ai suoi accoliti, aumentando a dismisura la forbice con le classi sociali più modeste.
Oggi l’unica definizione che mi sorge spontanea per descrivere la Russia è quella di un’occasione mancata, sia da parte russa dopo le aperture di Gorbaciov con la sua politica di glasnost e perestrojka di qualche anno prima, sia da parte europea, per non aver saputo partecipare e condividere gli elementi che ci uniscono al loro popolo, anziché fomentare le differenze, remissivi agli interessi del nostro maggiore alleato oltreoceano.


