S: Sajanogorsk – Siberia sovietica
di giuseppe bambace.
Data: 11 gennaio 2023
Giuseppe BAMBACE
LABORATORIO DI SCRITTURA – LETTERA S
Sajanogorsk – Siberia sovietica
LABORATORIO DI SCRITTURA – LETTERA S
Sajanogorsk – Siberia sovietica
Avevo concluso positivamente due progetti in Korea del sud ed ero in attesa di ricevere notizie sulla mia destinazione successiva, quando la direzione mi ha comunicato che mi sarei unito alla squadra, che stava completando il montaggio di un intero stabilimento per la produzione di alluminio crudo e prodotti accoppiati per imballaggi in una località della Siberia centrale.
Commenti salaci si sono sprecati tra i miei amici, i quali fra risate irritanti si sono congratulati della mia destinazione, ma al di là del loro sarcasmo, intimamente sapevo che si trattava di una bella patata bollente, nonostante le temperature polari.
Il viaggio stesso per raggiungere Sajanogorsk si è rivelato un’epopea d’altri tempi, raggiunta Mosca con uno scalo in Germania, ore di attesa all’aeroporto internazionale di Sheremetievo 2, architettura di rigore tedesco, atmosfera lugubre, luci soffuse, controllo passaporti e visti d’ingresso estenuante, all’uscita investiti da un odore acre di fumi di scarico di una miriade di taxi e autobus in attesa col motore acceso.
Ci attende un’auto per il trasferimento all’aeroporto nazionale di Domodedovo, destinato ai voli diretti a est, ci immergiamo nel traffico caotico di fine inverno con una sensazione di disagio, che nemmeno la vista della Moscova fumante riesce ad alleggerire, e dopo quasi due ore di auto giungiamo all’aeroporto, che ci appare spoglio e silenzioso sotto una coltre di neve.
L’interno è altrettanto disadorno e squallido, apprendiamo che l’orario di partenza dei voli per la Siberia è del tutto aleatorio, dopo ore di attesa in una saletta fredda verso le 3 del mattino una hostess urla in russo il nome della destinazione del volo e ci avviamo verso la pista sperando di aver compreso correttamente l’avviso.
Quattromila trecento km e quattro fusi orari ci separano dall’aeroporto di Abakan regione autonoma della Khakassia, dai finestrini poche fioche luci visibili a terra, una distesa infinita di foreste alternate ad aree brulle che riflettono sulla neve il biancore della luna. Alcuni di noi lamentano l’assenza di cinture di sicurezza, altri sono vicini ad una crisi isterica, per la presenza di una spessa coltre di ghiaccio sul telaio interno dell’oblò. All’arrivo i piloti rivelano una grande abilità nel far atterrare un Tupolev TU-154 su pista totalmente ghiacciata, probabilmente maturata in addestramento militare.
Ancora un’ora e mezzo di pulmino ed arriviamo ai nostri alloggi, all’interno di casermoni austeri di architettura tipicamente sovietica, dotati di portineria sorvegliata per ogni scala, all’interno della quale era presente l’unico telefono di comunicazione con l’esterno ad uso collettivo.
La vista dello stabilimento ha destato subito impressione, un fabbricato di dimensioni imponenti dove brulicava un numero considerevole di persone, non sempre in ordine logico. In realtà l’intero paese di Sajanogorsk è stato fondato, per servire una delle più grandi centrali idroelettriche costruita a metà degli anni ’70 sulle sponde del fiume Enisej, uno dei 3 grandi fiumi siberiani.
Alimentata da un bacino grande 621 Km2 ha una potenza di oltre 6 milioni di Kw., per merito di questa grande disponibilità di energia, era il sito ideale per la realizzazione dello stabilimento di produzione di alluminio, una tecnologia fortemente energivora.
In pratica uno degli esempi in cui il paese nasce e si sviluppa intorno alla sede prescelta dal governo centrale per la costruzione di un insediamento industriale che prende vita con l’impiego di thousands di persone attirate dalla promessa di salari molto superiori a quelli che era possibile ottenere nella Russia europea.
Ma purtroppo molte promesse sono state disattese, di conseguenza nel corso del progetto sono stati proclamati numerosi scioperi bianchi per rivendicazioni salariali e maggiori tutele di lavoro. Lo sciopero come lo intendiamo noi non era praticabile in un contesto siberiano, in cui il maggiore azionista dell’azienda era uno dei più potenti oligarchi emersi dal disfacimento dell’URSS e del socialismo reale. Perciò la protesta si svolgeva con una dinamica singolare: come mi ha confessato un capo squadra “loro fingono di pagarci, noi fingiamo di lavorare”.
La posa della prima colonna del capannone principale era avvenuta 3 anni prima e ce ne sarebbero voluti altri 2 per la messa in funzione di tutte le macchine ed impianti, per raggiungere le prestazioni previste a contratto.
Dal punto di vista professionale un anno e mezzo trascorso in questa regione remota mi ha insegnato che un qualsiasi tema possa essere analizzato sotto diverse prospettive come in un prisma di Newton e di conseguenza possa contenere molteplici soluzioni.
Ma quello che la Siberia mi ha lasciato dentro è la sensazione della potenza prepotente della natura, di fronte alla quale persino l’uomo tecnologico appare attonito, indifeso. La vastità degli spazi, l’estensione delle foreste di betulle e della radura, che i russi chiamano taiga, le sorprese che la natura riserva in ogni stagione.
L’inverno si identifica certamente col vento teso che giunge dall’estremo nord non trovando barriere naturali a mitigarlo e che trafigge la faccia come spilli appuntiti. Per fortuna quell’inverno del 1994 la temperatura non scese mai al di sotto di -38 °C, comunque sufficiente a cristallizzare rami, alberi, marciapiedi, vetri delle auto e qualsiasi forma di vita in una dimensionale fiabesca di immobilità e di silenzi assordanti.
La primavera giunge quasi inaspettata, trasformando il manto di neve in rivoli d’acqua che alimentano il terreno da cui spuntano fiori minuscoli dai colori accesi, l’aria profuma di nuova vita, gli umani calzano gli stivali per poter accedere alle strade ricoperte di fango e pozzanghere, ma la poesia della stagione supera ogni disagio.
L’estate è brevissima ma accecante, come se tutti gli esseri viventi fossero consapevoli di dover completare il loro ciclo vitale in poche settimane prima del ritorno del freddo. La temperatura sorprendentemente elevata fino a +30 °C favorisce un’esplosione di colori e di suoni, gli esseri umani rispolverano vestiti sgargianti, si moltiplicano grigliate di shashlik (spiedini di bocconcini di maiale marinati in acqua salata, cipolle alloro), rinfrescati con arbus (anguria) e ovviamente innaffiati con abbondante vodka. In paese i rifiuti fermentano pigramente al sole, offrendo nutrimento a insetti famelici.
Infine, l’autunno annuncia il suo arrivo con un mantello di sfumature di giallo, arancio e rosso che ricopre le foreste a perdita d’occhio, gli animali preparano i loro giacigli e gli umani si dedicano alle conserve in salamoia da gustare nelle serate d’inverno, quando gli unici ortaggi freschi, anzi congelati, sono rape e tuberi in generale.
I 4300 km che ci separano da Mosca sembrano anni luce in questa dimensione, che vive col respiro della fabbrica, ed i cui unici svaghi si consumano al chiuso di ristoranti con annesso il palco danzante dove la musica insiste a livelli assordanti, quasi ad alienare l’apprensione degli affanni quotidiani.
Le comunicazioni sono primitive, per ottenere una conversazione telefonica occorre prenotare il telefono pubblico in portineria, specificando giorno e ora, la durata è fissa a 10 minuti. Mi è rimasta impressa la sorpresa di un collega USA, che aveva prenotato la chiamata col nostro ufficio tecnico di Torino e che dopo un minuto si è visto interrompere la conversazione da un operatore che gli intimava di parlare italiano. La TV trasmette programmi musicali e commedie teatrali, un numero ridotto di partite del campionato del mondo di USA 1994 in differita nel giorno seguente.
I generi alimentari per il nostro personale arrivano in container dall’Italia, le poche auto a disposizione vengono assegnate a turno, benzina e prodotti di pregio come carne si trovano al mercato nero. Ma gli spostamenti al di fuori del comune sono difficili e devono essere autorizzati da permessi rilasciati dalla polizia.
A noi rimanevano i privilegi di organizzare alcune escursioni nelle località di maggiore interesse della regione, tra i quali ricordo con emozione uno naturalistico ed uno storico.
Mi hanno suscitato grande stupore i monti Sajani, catena rocciosa simile alle Alpi che ci separava dalla Mongolia, che purtroppo abbiamo potuto visitare solo parzialmente perché la regione confinante del Tuva era territorio in cui erano avvenuti attentati contro le autorità russe.
Suggestiva anche la visita al villaggio di Shushenskaya, dove era stato esiliato Vladimir Ilic Lenin dal regime dello zar, ancora intatte le abitazioni, la sua casa il suo studio arredato coi mobili originali, compreso lo scrittoio dove ha elaborato il suo pensiero rivoluzionario.
Per gli abitanti già nelle ultime fasi del progetto le dure condizioni di vita quotidiana si erano in parte ammorbidite, al mercato si potevano trovare prodotti provenienti dalle repubbliche meridionali, dal clima generoso e terre grasse e rigogliose.
Maggiormente sensibili alle sirene della vita agiata, le giovani generazioni raccoglievano l’eco di un mondo lontano, che credevano luccicante e pieno di opportunità alimentando il desiderio di emigrare altrove. Abbiamo registrato sette matrimoni celebrati tra i nostri tecnici e insegnanti di inglese della locale scuola secondaria, che è stata costretta a rimpiazzare frettolosamente le esuli.
Non so come la situatione si sia evoluta dopo il mio rientro a fine giugno 1995, Immagino che l’area abbia goduto di una modernizzazione, anche se in misura più contenuta rispetto agli sfarzi ed agli eccessi delle grandi città della Russia europea. Ma nutro il sospetto che le aspirazioni maggiori della populatione siano state rivolte ai beni di consumo, in una ricerca spasmodica che assomiglia molto al nostro consumismo compulsivo e che la ricchezza generata dalla enorme fabbrica sia stata destinata esclusivamente al potente oligarca Oleg Deripaska ed ai suoi accoliti, aumentando a dismisura la forbice con le classi sociali più modeste.
Oggi l’unica definizione che mi sorge spontanea per descrivere la Russia è quella di un’occasione mancata, sia da parte russa dopo le aperture di Gorbaciov con la sua politica di glasnost e perestrojka di qualche anno prima, sia da parte europea, per non aver saputo partecipare e condividere gli elementi che ci uniscono al loro popolo, anziché fomentare le differenze, remissivi agli interessi del nostro maggiore alleato oltre oceano.


