S: SENTIRE IL SILENZIO

di Stefania BAMBACE.

SENTIRE IL SILENZIO
di Stefania Bambace

Ho bisogno di sentire il silenzio. Di accogliere la coniugazione di due immensi universi, la completezza del verbo sentire e la polifonia del sostantivo silenzio, pur con qualche sua nota stonata e disarmonica che tanto duole. Come poche altre lingue, l'italiano si fregia di un sentire che comprende l'umano nella sua interezza. Sentire coinvolge infatti tutta la sfera sensoriale (fatto salvo il senso della vista che, guarda caso, è quello di cui spesso abusiamo, trascurando gli altri). Sentiamo suoni, odori, sapori, riconosciamo ciò che sentiamo attraverso il tatto, proviamo una sensazione fisica (sentire freddo, caldo, sentirsi bene o male), o ancora una sensazione quale espressione fisica di un'emozione (sentire un nodo alla gola, un tuffo al cuore). È il verbo delle intuizioni (sento che…), ovviamente dei sentimenti (sentire amore, odio, pietà) e decine di altri significati figurativi in cui sentire diventa il tramite verbale per descrivere i nostri moti interiori. È persino la formula fissa per dare l'avvio alle nostre asserzioni: quel “senti“ che, in base alla tonalità con cui viene pronunciato, già anticipa il valore ed il peso della comunicazione che segue (senti… senti! senti un po'… senti senti…). Il compendio di tanta potenzialità si ritrova in una delle poesie della mia amata Alda Merini, intitolata per l'appunto “Mi piace il verbo sentire“. Particolarmente caro mi è il verso che recita: “- mi piace… - sentire una penna che traccia sentimenti su un foglio bianco“. Qualunque osservazione io possa aggiungere sporcherebbe una tale moderna elegia. Mi limito a ribadire, quasi legittimata dal componimento poetico, che sentire il silenzio è un'esperienza totalizzante, che riguarda la sfera sensoriale ma anche quella cognitiva e spirituale.

Ma è corretto affiancare al sostantivo “silenzio” l'articolo? Quasi il silenzio fosse davvero solo uno e determinato? Non è forse un'entità molto più vasta, che ha mille echi diversi? Sono tante le tipologie di silenzio con cui ho fatto conoscenza. Ciascuna di esse portava con sé un suono, un gusto, un odore, un'estasi o una sofferenza. Il silenzio non è sempre assenza di parole. A volte è il momento o lo spazio vuoto tra le parole che, quasi magicamente, riempie di senso il tutto. Come le pause nella musica o la punteggiatura in un testo letterario. Ti lasciano il tempo necessario per gustare, riflettere, comprendere. È un silenzio rivelatore che impedisce una sequenza caotica di rumori.

Non sono ancora esente dalla fatica di comprendere (prendere dentro) il valore terapeutico del silenzio interiore. Sospendere il mormorio della mente, spegnere i pensieri ed entrare in relazione profonda con le mie verità. È uno sforzo necessario se si vuole veramente capire sé stessi e capire gli altri, ma quanto poco siamo allenati e capaci di fare silenzio. Quanta paura a volte nel ritrovarsi immersi in un silenzio che ci interpella, costretti ad ascoltare voci che non ci piacciono! Quanti vuoti riempiamo e quante menzogne copriamo con il chiasso pur sempre meno assordante di un silenzio che ci riporta all'autenticità! Eppure da millenni l'introspezione è la via privilegiata per il dialogo non solo con noi stessi ma anche con il divino. Che si tratti di meditazione orientale o di adorazione eucaristica, occorre tacere per poter ascoltare la voce di Dio. Ma noi, e noi occidentali in particolare, abbiamo un bisogno compulsivo di intrattenimento, di distrazione, stordiamo le nostre preghiere di parole ed in una situazione di raccoglimento pensiamo alle bollette da pagare. Persino quando ci viene richiesto un minuto di silenzio in memoria di una persona da poco defunta, dopo pochi secondi ci lasciamo andare ad un fragoroso applauso.

Esiste poi una perversione del silenzio, il sintomo di un'incomunicabilità in una società che urla ad alto volume ma non si parla e non si ascolta. Anche il silenzio dell'universo non è mai zitto, ma si tratta di tutt'altra dimensione. E anche in questo frangente è la nostra voce a dover tacere perché la Natura ci possa parlare. È grazie al mio silenzio che ho potuto udire il suono del vento, gustare il sapore salmastro della risacca, immergermi in tutte le gradazioni di profumo che mi è stato concesso di provare. Anche tutto questo era la voce del silenzio. Di tante note di silenzio. Era sentire.

Ho conosciuto anche silenzi tremendi. Il silenzio sordo di una casa vuota che mi ricorda chi non c'è più. Il mio silenzio davanti al più indicibile dei misteri. Il silenzio della mancanza. So l'orrore del silenzio punitivo, imposto, che lascia sgomento e destabilizza, con la potenza di un'aggressione che ammala. Ho assaggiato talvolta il sapore amaro di un silenzio non cercato, che sapeva di solitudine mentre le parole rivendicavano la loro urgenza ed invece restavano schiacciate in qualche luogo della mente e del cuore. Ho letto nei libri di storia ed ascoltato nei notiziari dei nostri giorni il silenzio colpevole dell'indifferenza, temendo di non esserne immune. Sul versante opposto, però, ho assaporato la squisita dolcezza dei silenzi d'amore e ne ho trattenuto con golosità ogni sillaba. Ci sono silenzi salvifici. Ho bisogno di silenzio. Di sentire silenzio. Di recuperare al fondo del silenzio ciò che non ha ancora un nome.

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