A: ALFABETO

di giuseppe bambace

ALFABETO
Di Giuseppe Bambace

C’era una volta il Paese dell’alfabeto, dove regnava con saggezza e rigore la Regina Madre Grammatica. Tutte le lettere lavoravano alacremente, unendosi e spaziandosi in senso logico, mentre virgole e punti regolavano il traffico vorticoso delle vie principali del regno, per garantire che le parole fluissero senza balbettii.

Ma un giorno di autunno malinconico e piovoso accadde un fatto inaspettato, che avrebbe provocato un gran trambusto, mettendo in grave pericolo le regole della comunicazione e l’autorità stessa della Regina Madre.

Da tempo alcune lettere si ritenevano non abbastanza considerate ed accusavano le altre di tenerle in disparte; fu l’inizio della competizione per la supremazia.

Le Z si sentivano stanche di essere considerate le ultime, le Q provavano un senso di solitudine ed erano risentite con le U con le quali dovevano cercare una forzata alleanza per dar voce alle loro idee, mentre queste preferivano accompagnarsi alle N, le O e le A per sentirsi uniche.

Le A rivendicavano il loro primato nell’ordine delle lettere, ma soprattutto perché iniziali di parole fondamentali della vita quali Amore, Amicizia, Affetto, Amatriciana, Apartita. Ribattevano le E, in modo un po’ snob, la loro pertinenza esclusiva del momento Epifanico. Per non parlare delle I e L che, quando si riunivano a G, O, A e E per formare gli articoli, assumevano un atteggiamento così determinativo da risultare persino fastidioso. Persino le H, solitamente miti e silenziose, avevano messo su un broncio che non lasciava dubbi sul loro HUMUS bellicoso.

Era ormai una situazione insostenibile, che la Regina Madre sperò di risolvere indicendo le elezioni per proclamare la lettera primo ministro. Purtroppo le sue speranze furono disattese: dopo 21 scrutini tutte le lettere uscirono dall’urna con un voto ciascuno, segno inequivocabile che ognuna continuava a votare per sé stessa.

Occorreva una soluzione forte, ma ugualmente misurata, che spiazzasse i contendenti e superasse l’impasse. I consiglieri di corte Fono, Morfo e Sinta suggerirono un referendum per proporre un’ortografia nuova, a condizione che mantenesse valide le regole di costruzione delle frasi.

Fu un autentico disastro, scoppiarono sommosse e manifestazioni in tutto il regno. Nelle zone residenziali le D dimostravano innalzando cartelli inquietanti che richiamavano la Dittatura, mentre nelle periferie le R si erano organizzate in cellule di guerriglia che vestivano bandane rosse e inneggiavano alla Rivoluzione.

Non mancarono i goliardi seguaci delle fazioni B, che pubblicarono messaggi primitivi su TikTok corredati da fotografie di ex ministre in abiti succinti.

I giovanissimi tentarono un’alleanza trasversale, utilizzando canali di comunicazione social messi a disposizione dalle W con WhatsApp, le T con Twitter, le F con Facebook, le I con Instagram, per citarne alcune. Ma il tentativo di istituire una comunicazione esclusiva fallì miseramente, perché il messaggio si rivelò talmente criptico che alla fine non venne capito nemmeno da loro stessi.

Nelle strade regnava il caos: punti e virgole che regolavano il traffico furono soppiantati da punti interrogativi ed esclamativi, i primi che seminarono dubbi e incertezza sulla direzione corretta, i secondi che decretavano imperativi contraddittori sui lasciapassare, provocando ulteriore confusione.

Finalmente intervenne la Regina Madre, insieme con Tempo, lo sciamano di corte, del quale tutti riconoscevano l’autorità, il carisma e la lungimiranza, insomma un vero galantuomo. Con un editto ufficiale Grammatica proclamò che tutte le lettere godevano di pari dignità ed ognuna esercitava un ruolo essenziale, anche se a volte apparentemente oscuro.

Il Paese aveva un tremendo bisogno che le lettere si prodigassero ogni giorno per comporre parole di Pace, Tolleranza, Rispetto e Dignità.

In breve tempo il Paese di Alfabeto ritrovò l’armonia dei tempi felici, ma la favola può diventare realtà?

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