O: OMBRA
di stefania bambace
OMBRA
di Stefania BAMBACE
Le foto dei Numi protettori della mia casa si dividono lo spazio tra i ripiani del soggiorno ed il comodino della stanza da letto. Proprio accanto al mio cuscino, rivolta verso di me a custodire il mio sonno (e le ombre della notte) un‘immagine dai colori ormai sbiaditi ritrae un uomo ed una bambina.
La bimba non avrà ancora due anni, piccolina ed impacciata nella sua andatura, come si evince dalla posizione lievemente goffa dei piedini, chiusi in eleganti scarpette bianche e calzine ricamate che, nella loro raffinatezza, sembrano costringerli fino a rivendicare e reclamare il loro diritto alla libera nudità. Non meno elegante è il vestitino blu che l‘avvolge, impreziosito da minuscole applicazioni di color bianco lavorate sul davanti. In testa un grazioso foulard in miniatura, anch’esso bianco.
La manina stringe la mano forte e decisa dell‘uomo che decide il ritmo ed il passo di quella camminata. Elegantissimo, postura fiera, la mano destra per metà lasciata scivolare nella tasca del pantalone, un sorriso quasi riservato ed occhiali da sole che lasciano tuttavia indovinare uno sguardo dritto innanzi a sé.
La bambina invece rivolge gli occhi verso il basso. Sembra attenta e concentrata nell’analizzare e misurare le ombre che la sua minuscola figura e quella gigante del padre proiettano sull‘asfalto di un marciapiede di Corso Agnelli nella Torino di fine anni Sessanta. Una probabile passeggiata domenicale nel sole di primavera. Le ombre sono per la bambina l‘aspetto più interessante di quel momento immortalato per sempre. L‘ombra di un passo praticamente irraggiungibile da quei pochi centimetri di ombra accanto. Una sproporzione di dimensioni che però non delinea una linea di confine netta, tanto che i contorni delle due ombre appaiono l‘uno come l‘appendice dell‘altro e le due ombre quasi confluiscono. Un senso di stupore e di fascinazione è ciò che si legge in quei grandi occhi scuri rivolti verso il basso.
Restare al passo, inseguire l‘ombra. Quasi il motto o il monito di una vita. OMBRA, però, è in fondo solo una parola, un contenitore vuoto che ciascuno di noi può riempire conferendole il senso che più gli aggrada. L‘esistenza umana si può facilmente riassumere in un dinamico gioco di luci ed ombre che si alternano, convivono, si sovrappongono ma a determinare la qualità di questi due elementi sta a noi. Personalmente non riesco ad attribuire alla parola OMBRA un‘accezione negativa. L‘ombra di quel grande passo è la prima di cui ho memoria, ed è innegabile che mi abbia avvolta, proiettandosi su di me. Era protezione, esempio, indicava una direzione certa.
Poi, si sa, le ombre cambiano a seconda delle varie parti del giorno e delle diverse stagioni. A mano a mano aumentano, si accorciano, si allungano, disegnano profili imprecisi, a volte indecifrabili. Ed è così che, inseguendo l‘ombra, mi sono ritrovata non propriamente “in una selva oscura” come Dante, ma certamente smarrita tra le mille facce di questo simbolo fortemente polivalente.
Quando il passo incerto della prima infanzia si è trasformato in un deciso passo di corsa, le ombre da inseguire avevano forme gigantesche, ideali via via divenuti illusioni: “inseguendo l‘ombra, il tempo invecchia in fretta”. Così recita un frammento presocratico attribuito a Krizia, riutilizzato da Antonio Tabucchi per il titolo di una sua splendida raccolta di racconti. Occorreva orientarsi diversamente nel labirinto di ombre, nella galleria di specchi in cui rischiavo di consumare il mio tempo. Cambiare passo, andare oltre, trovare l’uscita.
Gradatamente le ombre più minacciose ed inquietanti subivano uno spostamento dall‘esterno verso l‘interno. Assumevano l‘identità di pensieri cupi, trovavano spazio nella caverna dell‘anima, erano le parti del sé che reclamavano faticosamente di venire alla luce. Tutti noi siamo anche quelle zone d‘ombra che non vogliamo riconoscere. Disconoscerle, tuttavia, ci impedisce di trovare il nostro passo, di determinare la nostra direzione. Di sabotare la verità di noi stessi.
Il finale della fiaba che apre la raccolta Fiabe italiane di Italo Calvino è un gioiellino illuminante, a questo proposito, e ci consente un sorriso. Giovannin senza paura è l’eroe che supera coraggiosamente tutte le prove perché non ha paura di nulla, tantomeno della morte, e finisce ricco sfondato a vivere in un sontuoso palazzo. Finché, narra l’epilogo della storia…
Finché un giorno non gli successe che, voltandosi, vide la sua ombra e se ne spaventò tanto che morì.
Io misuravo (e forse ancora continuo a misurare) le dimensioni della mia ombra. Soprattutto, però, tentavo di comprenderne la forma, di disegnarla perché fosse riconoscibile e non una mera sagoma confusa. Come allora, in quello scatto che profuma d‘antico, perché l‘ombra del gigante è scomparsa dalla vista ma con una connotazione diversa si è impressa nel sacro antro del cuore. Lo sforzo successivo era quello di dare un nome alle ombre fuori e dentro di me, come nel gioco delle ombre cinesi.
Tutto questo lavoro non ha mai offuscato la mia predilezione per il significato positivo del termine ombra, avvalorato dall‘osservazione e dall‘esperienza diretta di quel grande dono che sono i nostri amici alberi. La frescura, il riparo, il ristoro che la loro ombra ci offre, in particolare su terreni aridi e assolati. Che siano reali o metaforici. Un‘ombra che consente un flusso di energia, rinvigorisce, consola e riconcilia con il mondo, a dispetto delle sue tante ombre fredde ed orride.
Ora che il mio passo è malato apprezzo in modo particolare il sostare, più che l‘andare. Sostare all‘ombra di un albero ed assaporarne il senso di protezione, la smisurata grandezza. Non so perché, ma la sensazione ne rievoca una simile, immortalata in uno scatto fotografico di tanti, tanti anni fa.


