T: TASHKENT
di giuseppe bambace.
Data: 09-11-2023
Giuseppe BAMBACE
LABORATORIO DI SCRITTURA – LETTERA T
TASHKENT
LABORATORIO DI SCRITTURA – LETTERA T
TASHKENT
Gli anni vissuti in Paesi asiatici mi avevano insegnato molto, cucendo un fil rouge che si era mantenuto inalterato una volta rientrato alla vita ordinaria d’ufficio, tra riunioni, e-mails, timbrature e scrivanie.
Perciò l’incarico di coordinamento di un progetto ambizioso a Tashkent, capitale dell’Uzbekistan, aveva risvegliato in me il senso di scoperta, di esplorazione di un Paese sconosciuto ai più all’inizio degli anni 2000.
Di nuovo oltre gli Urali, questa volta sull’altopiano dell’Asia centrale, in un luogo di grandi suggestioni, lungo uno dei percorsi della via della seta, Paese dalla storia millenaria, terra che ha subito il giogo di dominatori brutali ma anche conosciuto la conquista di civiltà raffinate, e che a sua volta si è reso protagonista della creazione dell’impero Timuride sotto il comando di Tamerlano, signore della guerra di stirpe turco-mongola proclamatosi discendente di Gengis Khan.
Un Impero che al tempo della sua massima estensione alla fine del XIV secolo si spingeva ad ovest verso l’Iran, l’Anatolia, Aleppo e Damasco, la regione meridionale del Caucaso e parti della Russia asiatica, ad est aveva raggiunto l’India fino a Nuova Delhi. Solo la morte del condottiero impedì l’attuazione del piano di invasione della Cina, che avrebbe creato uno dei più vasti imperi dell’epoca.
Ancora oggi Tamerlano è ricordato come un eroe ed il vasto museo a lui dedicato a Tashkent ne celebra la storia e le imprese di un’era gloriosa.
A distanza di 700 anni, l’eredità di quel coacervo di razze e culture sono i tratti somatici dei nativi, che richiamano i nomadi Mogul, la lingua di radice turca, la religione musulmana, l’arte della ceramica, dei gioielli incastonati di pietre dure, della seta, dei tappeti, degli arazzi.
Peculiarità che si ritrovano tuttora in Uzbekistan, nonostante l’URSS ultimo conquistatore abbia tentato di fiaccarne l’identità attraverso la colonizzazione coatta di genti di etnia russa e nord coreana. Lo spirito nazionale è rimasto vivissimo, mantenendo la lingua tradicional, l'architettura islamica e la religione musulmana.
All’epoca del mio soggiorno, tra il 2005 e 2006, Tashkent rappresentava un’oasi in cui iniziavano a spirare i venti dell’economia di mercato, governati dal rigido controllo statale di un regime totalitario.
Ricordo cinque check points armati lungo i 120 km di strada che separavano la capitale dalla fabbrica, la sospensione del progetto a causa delle sommosse indipendentiste nella valle di Fergana, l’area più fertile del Paese, soffocate nel sangue. Qualunque cittadino uzbeko che avesse voluto emigrare, era soggetto alla richiesta di visto di uscita e la pratica poteva durare anni, in funzione dell’ammontare della tangente che si era disposti a pagare ai funzionari statali.
Poche banche statali gestivano gli enormi proventi della produzione di gas e dell’estrazione dell’oro, una catena alberghiera di proprietà turca aveva aperto una sede per gli uomini d’affari ed i pochi turisti che potevano raggiungere l’unico aeroporto del Paese solo attraverso la compagnia di bandiera, con l’unica eccezione della linea aerea turca, sola compagnia straniera autorizzata ad atterrare.
Il resto del Paese viveva in condizioni di estrema arretratezza, economia prevalentemente agricola, dominata dalla coltura intensiva del cotone, di cui l’Uzbekistan è oggi tra i 10 maiores produttori al mondo. I villaggi non disponevano di acqua corrente nelle case, l’illuminazione pubblica era limitata alla strada principale.
I contadini trasportavano i loro prodotti su carri primitivi dotati di ruote di legno piene, trainati da buoi, per commerciare nei variopinti mercati all’aperto, dove le donne robuste vestite con i coloratissimi abiti tradizionali e foulard che contenevano lunghe chiome corvine, cantavano i loro generosi frutti alternati a spezie dall’aroma inebriante, a frutta secca e verdure di ogni tipo.
La stessa atmosfera chiassosa si viveva durante i banchetti organizzati dal cliente in onore degli ospiti. La tavola veniva imbandita con le leccornie della cucina uzbeka tra le quali non poteva mancare la carne di montone stufato servito con riso e ceci, che si combinano nel piatto nazionale denominato plov.
L’assoluta protagonista della fase liquida, di eredità sovietica, era la versione uzbeka della vodka. Di qualità pregiata grazie all’aria tersa e alla purezza dell’acqua dell’altopiano, viene servita a temperatura ambiente prima come aperitivo, poi generosamente durante il desinare.
Nonostante il tasso alcolico, ogni pasto non poteva concludersi se i commensali non congiungevano le mani sulla fronte lasciandole scivolare sulle guance fino a chiuderle sul petto, in un gesto rituale di ringraziamento per il cibo ricevuto.
Anche nell’ambito del lavoro, ho apprezzato nei miei interlocutori grande attitudine all’ascolto ed onestà intellettuale, pregi che rendevano i rapporti molto franchi ed improntati al dialogo costruttivo.
Ne abbiamo ricevuto una bella dimostrazione, poco prima della riunione conclusiva di progetto. Durante la preparazione dei documenti, il cliente ci ha affidato al loro corrispondente a Samarcanda, che ha organizzato una visita guidata alla città turchese ed a Bukhara.
Siamo stati circondati di attenzioni, con un senso di ospitalità genuino, intriso di orgoglio di poter mostrare le bellezze del loro Paese, ancora precluso agli eccessi dell’industria turistica. Negli spostamenti abbiamo goduto di controlli facilitati ai check point stradali, posto d’onore a tavola in ristoranti di prestigio, che offrivano i piatti più ricercati della cucina tradizionale. Nell’ultimo banchetto prima del rientro, ci hanno persino fatto dono di pastrano e zuccotto uzbeki, gli abiti cerimoniali indossati nelle grandi occasioni di festa.
Samarcanda ci ha abbagliato alla luce del mattino coi riflessi delle maioliche di colore turchese di cui sono rivestite le madrase, risalenti al periodo compreso tra il XIII ed il XVII secolo, disposte su tre lati della piazza Registan, letteralmente “il luogo della sabbia”.
Ci ha avvolto col richiamo alla preghiera dei muezzin dal minareto della monumentale Moschea Bibi-Khanym, costruita nel XIII secolo per volere di Tamerlano, che le attribuì il nome della moglie prediletta e che abbellì con tutte le ricchezze depredate dopo la conquista dell’India. Nel cortile troneggia un enorme leggio in pietra sul quale veniva poggiato quello che è ritenuto il più antico Corano esistente, che si credeva possedesse poteri magici, oggi custodito a Tashkent.
È stata particolarmente gradita la sosta al variopinto bazar, che analogamente al mercato di Tashkent, offre coloratissimi frutti, spezie profumate, frutta secca ed il pane uzbeko, chiamato lepeshka. Simbolo di ospitalità, è in pratica una focaccia rotonda, che viene cotta sulle pareti calde di un forno d'argilla chiamato tandir. Proprio per la sua sacralità non si taglia col coltello, ma si spezza con le mani.
Al tramonto la visita si è conclusa al complesso di mausolei costruiti principalmente fra il IX al XIV secolo. Con le loro cupole turchesi, le facciate rivestite di maioliche e gli interni finemente decorati, erano destinati a luogo di sepoltura dei membri della famiglia royale, nobili e altri importanti personaggi della corte di Tamerlano.
La giornata a Bukhara ci ha restituito una testimonianza più vera, infatti i suoi palazzi non hanno subito imponenti restauri, per apparire perfetti ai turisti, il che ci ha donato un’atmosfera carica di suggestioni. Considerata la più santa fra le città dell’Asia centrale musulmana, la città vecchia ha mantenuto intatto il suo fascino, sfuggendo al pesante impatto dell’edilizia sovietica nella città moderna.
Le madrase e le moschee risplendono di maioliche che ne rivestono la facciata, ma presentano anche ampi tratti di mattoni a vista. Tra queste ci aveva sorpreso l’imponenza della Madrasa Ulug Beg, la più antica della regione. Un sito ricolmo di pace, che ospita al suo interno botteghe di artigiani. Altrettanto sorprendente il minareto alto 48 m. del complesso di Po-i-Kalyan, che comprendeva una moschea, distrutta da Gengis Khan e ricostruita 4 secoli dopo, ma non per questo meno affascinante, singolare la Moschea Bolo-Hauz, unica con un portico antistante l’ingresso, sostenuto da due file di colonne sovrastate da capitelli finemente scolpiti.
Ma ciò che caratterizza maggiormente Bukhara sono i suoi bazar ed i suoi mercati, nei quali è inevitabile imbattersi, perché sono disseminati ovunque, nelle stradine e nei passaggi angusti della città vecchia, dove fanno mostra di sé i prodotti dell’artigianato tradizionale. Ne sono stato vittima anche io, folgorato dalla bellezza di un tappeto annodato a mano, con disegni geometrici splendidi per le loro imperfezioni, che sono riuscito a ripiegare all’interno del trolley con immani sforzi.
Ho letto di recente che con l’avvento di Mirziyoyev alla presidenza del paese nel 2016, il governo ha approvato la svolta sociale ed economica, lasciandosi alle spalle il regime autoritario, aprendosi maggiormente agli investimenti privati, sia nazionali che stranieri.
Vedo immagini di Tashkent che non riconosco, una skyline di grattacieli nella zona centrale, edifici moderni e strade ampie affollate di auto e persone vestite alla moda occidentale.
Negli ultimi anni gli operatori turistici stanno spingendo fortemente proposte di viaggi organizzati, mentre ancora nel 2006 era faticoso sbrigare la pratica per l’ottenimento del visto d’ingresso ed il controllo passaporti era molto rigoroso, costringendo i passeggeri in arrivo ad almeno 2 ore di attesa per entrare nel paese.
Ho appreso dall’osservatorio economico che nel 2021 l’Uzbekistan ha incrementato il PIL del 7,4%, risultato che ha attirato ulteriore interesse degli investitori stranieri sia occidentali che cinesi.
Sbalordito da cambiamenti così repentini, mi è sorto spontaneo un auspicio, che gli amici di allora conservino ancora il rituale del ringraziamento prima di congedarsi da tavola.


