R: RESTARE
di Stefania BAMBACE.
RESTARE
di Stefania Bambace
Nelle acque di un mare perennemente agitato ho imparato a nuotare. Mare subito profondo, dalle correnti contrastanti originarie di vortici e mulinelli. Ho appreso la piacevole fatica di muovermi controcorrente, con potenti bracciate e colpi di coda. La forza era condizione imprescindibile per armonizzarsi al moto perpetuo di quell'universo marino, un combattimento in stato di ebbra felicità per non lasciarsi trasportare dalla corrente verso una direzione non desiderata. Riconoscere la natura dei venti e l'andamento delle correnti e muoversi sempre. Una necessità circostanziata è divenuta nel tempo una legge inconscia ma categorica della mia esistenza. Una metafora del mio approccio alla vita. Non restare mai ferma. L'inquietudine delle correnti contrastanti e le diverse tipologie di venti sono entrate a far parte di me, probabilmente sono sempre esistite nei miei geni. Per questo il mio movimento esistenziale non è mai stato una corsa in avanti su una autostrada dritta, piuttosto una danza continua alternata a potenti battiti di gambe e di braccia quando temevo di soccombere ad eventi più grandi di me. Fatica e gioia, talvolta persino felicità si alternavano a segmenti di rabbia e tormento quali stati umorali di questo movimento perenne, molto ellittico e poco lineare.
Un intero lustro trascorso così, in moto perpetuo. Poche certezze e tanta ricerca, curiosità, cambiamento. Di visioni, di lingue, di ambienti, di persone… paradossalmente desiderosa di approdare alla pace interiore ma poi sempre pronta a ripartire e tuffarmi di nuovo, ricoperta solo del mio senso di ignoranza e di una forte tensione verso la novità ed il piacere della scoperta. Tutto il mio quotidiano era governato dal movimento. Una frenesia cercata, un appetito vorace. Non conoscevo stasi nel mio lavoro, nel mio tempo libero, nei miei rapporti interpersonali. La nostalgia dell'approdo, o quanto meno di una boa a cui appoggiarsi e riflettere, però, non mi ha mai abbandonata ed è rimasta presenza latente.
Capita che, quando siamo arroganti abbastanza da credere di poter decidere della nostra vita, la vita decida per noi. E spesso non ci appare come la decisione migliore. Forse il valore di ciò che ci accade non si misura con il nostro gusto personale. Il fatto che ci piaccia o no, non determina la bontà della piega che nostro malgrado ha preso la nostra vita.
Restare è ciò che qualifica oggi la mia esistenza. Ci sono spazi in cui RESTARE non è stata una mia scelta, mi ci sono trovata. Nessuno sceglie volontariamente una malattia invalidante che ti impone di restare - ferma - anche in ambiti in cui ti muovevi volentieri. Restare, però, è un concetto di ben più ampio respiro, anzi, implica proprio un respiro assai più consapevole in grado di restituirti tutto il tuo flusso vitale. L'armonia che nel tuo vorticare avevis smarrito. Decidere di restare talvolta è una forza altrettanto potente quanto i colpi di gambe e di braccia, è la spinta determinante per riappropriarti della tua autenticità. Restare è guardarsi meglio attorno e meglio dentro, ritrovare le persone che, a loro volta, restano attaccate al tuo scoglio, ritrovare le tue idee originarie e non solo originali, discernere tra ciò per cui vale la pena e ciò per cui no. E per chi. Restare tra i tuoi libri e le tue musiche, conservare con cura nel tuo antro i luoghi significativi e chi li ha abitati. Voler restare nell'amore per un uomo che ha scelto di restare. Restare a guardare i miei figli dare il battito d'ali decisivo a volare fuori dal nido. Restare fedele alla mia squadra del cuore che tanti dispiaceri mi sta dando. Restare centrata e non fuggire. Restare, non correre fuori a cercare, per accogliere le sorprese, le novità, i piccoli miracoli che arrivano ogni giorno. Restare salda nella Fede in un Dio che so che mi è accanto. Insomma, restare è preferire agli spruzzi del movimento l'immersione nel profondo, là dove, fermo, giace sicuramente un tesoro nascosto. Forse la sfida più difficile ma infine il vero approdo.


