U2: UFFA
di giuseppe bambace
UFFA
di Giuseppe Bambace
UFFA, è stata sorteggiata la lettera U. Ed eccomi di fronte allo schermo vuoto, cercando l’idea che possa innescare la scintilla per un racconto presentabile.
Annoto i sostantivi, selezionati diligentemente in ordine alfabetico scorrendo il mio fedele ZINGARELLI, che possano offrire l’ispirazione del tema.
Ma le parole che ne scaturiscono son gravide di pensieri esistenziali, che si espandono, si ritorcono. Parafrasando Fernando Pessoa, ad ogni idea si interpongono nuovi pensieri, imprescindibili associazioni di idee, che hanno come termine l’infinito.
UFFA, che barba che noia! Potrei scegliere UFO, ma la narrazione si potrebbe esaurire nella poetica sintesi della canzone di Eugenio Finardi:
“Extraterrestre, portami via
Voglio una stella che sia tutta mia
Extraterrestre, vienimi a pigliare
Voglio un pianeta su cui ricominciare”
Meglio ULIVO, la mente scorre spontaneamente alla visione del giardino dei Getsemani all’imminenza della passione, visione ancora attualissima nella Terra Santa martoriata dalla guerra.
Oppure alla visione più profana offerta dal commissario Montalbano, che trova la pace dell’animo seduto sui rami di un ulivo saraceno, nelle sue pause di meditazione investigativa, ed al dolore lancinante che lo sconvolge quando scopre che il suo silenzioso amico è stato abbattuto per costruire un villino, che devasta in preda ad una rabbia incontrollabile.
No, troppo emotivo soprattutto in questo periodo di attacco ignobile al verde urbano da parte delle amministrazioni e della svolta autoritaria del potere esecutivo, sul modello del Marchese del Grillo.
Forse scelgo UMILE o ULTIMO, ma temo di ricadere nel privato, perché la narrazione correrebbe inevitabilmente ai miei slanci adolescenziali nei confronti del messaggio di Chiara e Francesco.
Bello UNIVERSO, però sarei sopraffatto dalla vastità dell’argomento e dovrei arrendermi alla consapevolezza che l’uomo tecnologico non sa ricambiare l’ospitalità di una pallina minuscola che viaggia nel buio dell’infinito, avvolta in una sottile pellicola che gli consente il miracolo della vita.
Perché non UNO? Troppo filosofico, dai grandi pensatori dell’antica Grecia fino a Hegel la simbologia dell’unità e della molteplicità, il punto centrale contenuto in un cerchio, uno come motore immobile che consente il passaggio dalla potenza all’atto.
Allora ULTIMO, ma penso che una dotta dissertazione sull’etimologia di ultimo come oltre, valore superlativo, oppure sul suo significato di il più remoto, sommo, fondamentale, potrebbe alla fine scivolare verso la facile ironia del detto “Beati gli ultimi se i primi sono onesti”.
Ecco forse potrei riprendere il progetto del viaggio a URUMQI lungo una delle rotte della via della seta, ovvero il viaggio sospeso, rimasto nell’immaginario a causa di una convocazione urgente in ufficio, per una riunione operativa risoltasi con le solite discussioni stantie e la tipica inconcludenza di coloro che definisco Top Managers.
Rimane l’itinerario concordato con l’agenzia di viaggio cinese a cui mi ero rivolto, che descrive un percorso ambizioso di oltre 5.000 km in 10 giorni, che dalla pianura centrale di Luoyang, attraverso le montagne fiammeggianti, il deserto di Taklimakan, conduceva a URUMQI nella terra dell’etnia Uiguri per terminare nei mercati coloratissimi della città di Kashgar, vicino al confine con Tagikistan e Pakistan, utilizzando mezzi di trasporto multipli compreso un tratto a dorso di cammello, sempre accompagnati da un interprete nella versione ufficiale, funzionario di polizia nella realtà.
Mah, testimonianza solo virtuale, vuota delle immagini da evocare, delle sensazioni uniche che le guide su cui sono ancora evidenziati i punti di interesse non possono esprimere.
Resto sul pratico, provo con USA E GETTA, ma l’accento ecologico di cui sarebbe permeato il racconto avrebbe una deriva inesorabilmente esistenzialista, con accezioni sociologiche e considerazioni stucchevoli sugli attuali equilibri geopolitici.
UFFA, quante parole importanti, quale moltitudine di temi impegnativi; non riuscirei proprio ad esporli compiutamente in un racconto breve.
Forse la sintesi migliore in cui condensare tutti questi spunti è nella parola UMANESIMO, un fresco racconto intriso di speranza accorata, che possa essere declinato con la rinascita delle arti, che faccia arretrare la diffusione della volgarità; la ricerca del bello in contrapposizione all’oscurità del tempo presente; la difesa e conservazione della natura contro la mercificazione imperante, degli alberi e di tutti gli esseri viventi che sono parte integrante della nostra esistenza; la condivisione del pensiero sui grandi temi della vita, che zittisca l’enfasi mediatica sulle differenze.
Insomma la traccia di un sentiero spesso scosceso, ma che offrirebbe all’UOMO una pace duratura.
UFFA, volto le ultime pagine della lettera U e provo un sussulto al cuore alla parola conclusiva UTOPIA. D'accordo, allora qual è l’antidoto? Basta UFFA, io non voglio smettere di sperare.


