L: Lettera d'amore
di Carla Baudino
Lettera d'amore
di Carla Baudino
Questa è la storia di una lettera d'amore scritta all'insaputa del mittente.
Una volta, fuori dagli uffici giudiziari o da quelli postali, c'erano gli scrivani. Essi si incaricavano di scrivere quello che il cliente (analfabeta, naturalmente, sennò le faccende sue non le sarebbe andate a raccontare a uno sconosciuto) diceva loro di scrivere. E il cliente doveva fidarsi: non aveva alternative, sia per le cose delicate che diceva sia perché lo scrivano le trascrivesse correttamente.
Secoli dopo mi sono trovata nella situazione dello scrivano (della scrivana), ma quello che avrei dovuto trascrivere (tra l'altro è la mia professione da tantissimi anni, ma questa è un'altra storia) non mi sarebbe stato dettato da un "cliente" seduto al mio fianco, o ascoltato al telefono.
Dovevo solo immaginare che questo ipotetico "cliente" volesse egli stesso scrivere una lettera d'amore: il mio compito era di mettere nero su bianco la sua supposta immaginazione e consegnare la missiva alla destinataria (che, ovviamente, non ne sapeva nulla).
Una faccenduola da niente, insomma.
E veniamo alla destinataria, e al perché, al perquando e al percome di questa lettera.
La mia amica, chiamiamola Marisé, era una cara persona con la quale avevo già passato insieme tante vacanze estive, e tante altre ne avrei passate.
Ogni anno, per il suo compleanno, il 5 di agosto, ci ritrovavamo tutti, gli amici dell'estate, in quel bel posto che ognuno scoprì per caso e per conto suo. E Marisé avrebbe preparato, come consuetudine, la "sua" tradizionale festa.
Il problema è che il legittimo sposo, chiamiamolo Mario, quella volta non sarebbe stato presente (come quasi sempre il 5 di agosto peraltro). Scuse ufficiali: il gran lavoro, le crisi internazionali, le poche ferie rimaste…, ma per mezz'agosto nulla al mondo, neanche l'atomica, l'avrebbe trattenuto dal ricongiungersi all'amata famigliola.
Viene la sera della festa, allegra come sempre, anche se nell'aria aleggia quel "grande assente". Ed è qui che si rivela provvidenziale "la lettera" che nel frattempo avevo "preparato".
La metto nelle mani di Marisé dicendole che un corriere era arrivato trafelato fin lassù dove stavamo festeggiando e me l'aveva consegnata con preghiera di urgenza. Lei, sorpresa, apre la busta e comincia a leggere, e dopo un paio di righe scoppia in una delle sue indimenticabili risate: aveva capito tutto, non solo dalla calligrafia, ma anche dal resto.
Ed ecco la lettera:
A Marisé, I Delfini, Sardegna
Sottotitolo: (Una lettera che almeno una volta nella vita ogni donna sogna di ricevere).
Mercoledì, 5 agosto 1992
Prima epistola secondo Mario.
Mia adorata compagna (questa è la parola che ha fatto subito crollare il tentato inganno: mai Mario avrebbe chiamato "compagna" Marisé; tutt'al più "camerata", ma per cortesia non buttiamola in politica).
Amore mio, la lontananza è come il vento: spegne le fiammelle e alimenta i grandi incendi.
In questi giorni che ci separano ho pensato intensamente a te e sono giunto alla conclusione che non accadrà più di lasciarti sola a soffrire questa forzosa lontananza (per questo ti ho lasciato i bambini).
Quando ti giurai eterno amore pensavo sì alla tua eternità, però credevo che anch'essa avesse un certo limite. Adesso hai raggiunto mezzo secolo e posso dire, anzi sono costretto dalla felicità a dire che sono stati anni meravigliosi.
Per anni sono stato cieco. Perdonami, amore mio, adesso, grazie a Dios, che la cataratta non c'è più, ti vedo veramente come sei: ah, quanto ho perso in tutto questo tempo! E quante cose non ti ho detto che ora lascio a te leggere tra le righe (righe, non rughe) di questo foglio.
Insomma, amami come io mi sforzo di amarti.
Mario
P.S. Prima di giacere nel tuo emitalamo, chiudi il gas, spegni la luce, butta la cicca e pensa intensamente a me.
La lettera fu poi riletta a voce alta, le risate si sparsero, e lassù, naturalmente, a qualcuno fischiarono le orecchie.
Ora la mia cara amica non c'è più, si è spenta una sera di agosto proprio in quella Sardegna che amava così tanto. Ma il suo ricordo vive ancora, allegro e spensierato, e rende magiche e uniche quelle tante estati passate insieme.
Allegria, buonumore, gioia di vivere.
Gioventù, insomma.


