P: PENSIONATO

di giuseppe bambace


Data: 28-11-2024

Autore: Giuseppe BAMBACE
CORSO DI SCRITTURA – LETTERA P2
PENSIONATO
Comunemente definito come il dipendente messo a riposo con trattamento di pensione.
Rigetto categoricamente questa asserzione. Nella società contemporanea il pensionato ha assunto i connotati di una figura mitologica, una divinità antica e moderna al tempo stesso, un Giano raffigurato nella versione quadrifronte, rivolto ai quattro punti cardinali a simboleggiare i molteplici ruoli che ricopre. Tradotto in assioma di vita quotidiana: “Il problema con la pensione è che non hai mai un giorno libero”.
Del tutto ignaro di questa dimensione, avevo deciso di concludere la stagione lavorativa, spronato da segnali inequivocabili sull’avvento di una realtà che non condividevo, che non mi apparteneva.
In pratica, quando i nuovi manager hanno inaugurato la stagione dei conflitti, gestiti col ricorso puntuale allo studio legale, delle riunioni fiume, di schemi e di procedure standard, spingendo la responsabilità verso il basso e privilegiando la logica della ricerca del colpevole alla strategia di risoluzione dei problemi.
Ma soprattutto quando con sempre maggiore frequenza i nuovi colleghi mi apostrofavano sorpresi (cito in ordine di importanza):
“Mio padre è nato nel tuo stesso anno”
“Hai aggiornato il planning su Outlook?”
Orologio alla mano ad ogni intervento in riunione: “Alexa imposta il timer su 10 minuti”.
Non è stata una resa, ma una scelta consapevole. Considerata la tendenza all’innalzamento dell’età pensionabile, ho pronunciato a me stesso la risoluzione che la pensione andava presa da vivi, per evitare che lo stadio di declino psichico mi cogliesse ancora sul lavoro, intento a correggere i documenti col bianchetto sullo schermo del PC.
Quindi, novello Alice nel Paese delle Meraviglie, mi sono addentrato in un ambiente sconosciuto, ma pieno di promesse. L’esordio è stato traumatico, un ginepraio irto di rovi spinosi dai nomi inquietanti: pensione retributiva, contributiva ma solo dopo l’anno x, anticipata, provvisoria, vecchiaia, anzianità. Ma dopo mesi di apprensione e correzioni dell’ultimo minuto, ho finalmente aperto la porta dell’età post-lavorativa col chiavistello Quota 100.
Dopo un breve transitorio di ambientamento, allietato comunque dal principio “Domani mi alzo tardi”, ho individuato il mio spirito guida, che ancora oggi mi gratifica con scampoli quotidiani di serenità. Questa fase evolutiva è espressa magnificamente da una riflessione di Simone de Beauvoir:
“V'è quasi sempre un'ambivalenza nel lavoro, che è al tempo stesso un asservimento, una fatica, ma anche una fonte d'interesse, un elemento di equilibrio, e un fattore di integrazione alla società. Quest'ambiguità si riflette nella pensione, che si può considerare come una specie di grande vacanza, o come una caduta tra gli scarti”.
Mai citazione fu più profetica. A distanza di due anni dal passaggio attraverso questo tunnel spazio-temporale, osservo e distinguo diverse specie di pensionati, suddivise nelle categorie principali: Familiarmente utile, socialmente utile, inutile, solitario, solo.
La prima si contraddistingue per l’abnegazione con cui intrattengono i nipotini, i cui giochi richiedono doti atletiche non trascurabili, o per il cane che spesso li trascina nella passeggiata mattutina. Esausti al termine della giornata, ma pieni di orgoglio, dispensano i tipici sorrisi di chi è compiaciuto di ricoprire un ruolo importante.
La seconda, in fase di estinzione, vedeva i protagonisti armati di giubbino ad alta visibilità e paletta dirigere in modo inflessibile il traffico davanti alle scuole nell’orario di entrata e uscita degli scolari.
La terza è la più rappresentata; quando i servigi non vengono più considerati necessari, si riempie il tempo esplorando i cantieri a mani giunte sulla schiena, dispensando consigli non voluti a lavoratori infastiditi. Oppure apparecchiando tavoli all’aperto coi giochi di carte, o seduti sulle panchine confrontandosi su esami clinici e terapie, conversando di sport mai praticati o di politica spicciola, o ancora affollando piste da ballo su cui far volteggiare i ricordi di vacanze estive al ritmo di valzer, polka e mazurka.
La quarta la considero la più malinconica, mentre li osservo vestiti di tutto punto trascorrere ore intere seduti in disparte assorti nei pensieri, altrimenti cercare conforto nel nutrire gli animali che popolano stagni e alberi del parco cittadino, per sfuggire ai loro appartamenti pieni di ricordi e per rompere l’assedio della solitudine.
Non voglio dilungarmi sull’ultima, costituita da creature considerate ormai un peso insopportabile, dimenticate, abbandonate sulle sponde dello Stige, esempio crudele della logica degli scarti, imperante in una società impostata sulla schiavitù del PIL e del profitto.
Per quanto mi riguarda, non riesco a collocarmi in nessuna di queste categorie. Ho sempre cercato di rifuggire le etichette nella vita: persino nella squadra di calcio del liceo il libero era l’unico ruolo possibile adatto alla mia indole.
Perciò vivo la figura di pensionato come uno stato di grazia, che mi consente di sfoltire la rubrica telefonica, di esprimere il proprio pensiero con un linguaggio libero dai condizionamenti dell’età lavorativa, di non dilapidare il tempo con chiunque possa infettarmi di energia negativa, privilegiando le relazioni umane piene di luce e di colori, di beneficiare dell’effetto terapeutico della natura.
Rallentare, guadagnare i dettagli del panorama attorno, recuperare il senso delle proprie azioni, soddisfare l’appetito di nuova conoscenza, riscoprire il senso del bello in tutte le sue manifestazioni. In sostanza, riappropriarsi della propria vita con leggerezza, “sottrazione di peso” come l’ha definita Italo Calvino.
La sintesi di questo nuovo modo di essere è racchiusa in un aforisma dell’indimenticabile Marcello Marchesi: “L’importante è che la morte ci colga vivi”.

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