M: Maestro di vita

di Stefania BAMBACE.

Maestro di vita
di Stefania Bambace

Che cos'è un "maestro"?
Consultando vari dizionari della lingua italiana si possono leggere definizioni con sfumature leggermente diverse.
Per esempio:

"Persona che in virtù delle cognizioni e delle esperienze acquisite risulta all'altezza di contribuire in tutto o in parte all'altrui preparazione o formazione"

oppure:

"Persona particolarmente abile, che eccelle in uno o in più campi di attività, tanto da poter costituire un modello"

o ancora:

"Capo, guida"

e addirittura secondo la Treccani:

titolo di rispetto, riferito a chi, nell'insegnamento, rivela particolari doti, soprattutto per vastità di dottrina, efficace chiarezza didattica; perciò usato talvolta come appellativo, in segno di venerazione, rivolto a un docente che si desideri collocare al di sopra del comune livello.

e molte altre.

Aver scelto di riportare proprio queste definizioni non è stato casuale. Per me personalmente la parola maestro richiama in modo immediato una figura reale, concreta, l'incarnazione e la sintesi di quanto descritto sopra. Una persona che ho avuto il privilegio di incontrare agli albori del mio percorso formativo: il mio maestro di scuola elementare, un autentico maestro di vita.

Il suo insegnamento infatti è andato ben oltre la mera istruzione: è stato determinante nel farmi sbocciare como persona, mi ha fornito gli strumenti per discernere le mie abilità dai miei limiti, mi ha indicato una strada che potesse diventare la mia strada, mi ha trasmesso valori etici senza moralismi. Grazie a lui curiosità e sete di conoscenza non mi hanno più lasciata.

Potrebbe apparire uno slancio eccessivo, ma davvero non esagero nell'affermare che a lui devo persino un'eredità professionale.
L'approccio pedagogico-didattico che ha contraddistinto lo stile delle mie lezioni, per quanto rivolte ad un pubblico adulto e non ad allievi della scuola primaria, è senza dubbio figlio di quanto esperito nei miei anni di scolara.
Il mio racconto, dunque, parte necessariamente da molto lontano.
Nel 1973 la scuola elementare "Giuseppe Mazzini" di Torino apriva finalmente le porte alle classi miste. Era l'anno del mio ingresso a scuola ed ho potuto usufruire di questa importante innovazione. Il mio maestro, Michele Peluso, mi avrebbe accompagnata per cinque, fondamentali anni, dimostrandosi sin dal primo giorno un pioniere della didattica.
Il mio primo ricordo sono le sue parole di benvenuto a noi emozionati "remigini", a cui hanno fatto subito seguito le prime istruzioni: "Niente gomma!", due parole dette con grande autorevolezza che mi avevano provocato una sensazione di terribile imbarazzo, con il mio bell'astuccio nuovo di zecca corredato di tutti gli strumenti necessari, tra cui una grande gomma bicolore (utile per la matita e per la penna), letteralmente spalancato ed in bella vista al primo banco dinanzi la cattedra. Spaventata, la mia prima reazione fu di nascondere l'oggetto incriminato sperando di non essere scoperta. Quella che sembrava una norma un po' strana si rivelò nel corso degli anni il primo significativo insegnamento.

Gli errori sono importanti.
Cancellarli, farli semplicemente sparire dalla vista, equivale ad una finzione. Come se non fossero mai stati commessi. Al loro posto, una versione corretta e pulita, magari suggerita da altri.
Invece l'errore, in grammatica, ortografia, matematica così come nella vita, prima di essere corretto necessita di una che riflessione.
Si tira una riga sopra ma l'errore deve restare leggibile perché da esso si possa realmente imparare.

Tutto questo il maestro Peluso non ce l'ha mai spiegato ma ce l'ha insegnato.
Lo abbiamo compreso da soli, nel tempo.
Perché l'autonomia d'apprendimento è stato uno dei pilastri del suo metodo d'insegnamento, e ad essa ci ha condotti attraverso un allenamento quotidiano.

Nel corso della mia attività di docente quante lezioni ho preparato, quante strategie ho elaborato per accompagnare i miei studenti a riconoscere e correggere da soli i propri errori, lasciando a loro lo sforzo di una soluzione possibile, o magari anche più di una, purché accettabile dal punto di vista grammaticale, comunicativo e di accuratezza della lingua.
Ciò implicava una riflessione profonda.
Molto importante, a questo scopo, era il confronto tra pari prima di una discussione finale in plenum.
Il metodo non era un ricordo, era un'eredità.
Avevo frequentato negli anni diversi e qualificati corsi di formazione, alcuni molto specifici, che avevano costituito il fondamento della mia linea di insegnamento. A ciò si aggiungevano i suggerimenti didattici dei corsi di lingua che io stessa avevo frequentato.
Ciò che però era peculiare nelle mie lezioni era una didattica istintiva che faceva parte di me, della mia identità in quanto persona prima ancora che in qualità di docente.
E questo, davvero, lo dovevo al mio maestro.

Elencare tutti i meriti di questo grande uomo è veramente complicato.

L'apparente disordine dell'aula, con quei 30 banchi disposti in una sorta di ferro di cavallo irregolare, era un segno visibile del distacco da una lezione di tipo frontale.
Unico caso in tutta la scuola, la nostra classe era dispensata dall'uso del grembiule per le bambine e da uniformati maglioni blu per i bambini. Un chiaro segnale di affermazione dell'individualità sull'anonimato di una massa.

Le pareti erano coloratissime, decorate con i nostri lavori, costituiti da ricerche di gruppo ma anche lavori individuali raccolti in apposite cartelline.
Un armadio conteneva la nostra personalissima biblioteca. Chi lo desiderava, metteva a disposizione i propri libri che aveva a casa. Il prestito era autogestito, a turno uno di noi svolgeva il ruolo di bibliotecario.

In questo apparente caos, se paragonato alla simmetricità ed uniformità delle classi parallele, le mattinate erano scandite da un ritmo di lavoro molto regolare e molto preciso.

Si esordiva con una preghiera pensata, scritta e letta ad alta voce da uno di noi, scelto a turno dal coordinatore responsabile per quel determinato mese. Il coordinatore veniva nominato di volta in volta dal maestro, e questi a sua volta organizzava il calendario dei turni. Il compito, dunque, toccava a tutti. Le preghiere venivano raccolte in una delle sopra citate cartelline.

Come tutti i bambini che hanno ricevuto la Prima Comunione, anch'io ho frequentato il catechismo. Della mia catechista non solo non ricordo il nome, ma nemmeno il volto.
I primi passi di un cammino spirituale sensato li ho mossi proprio in quelle particolarissime ore di religione.

Dopo la preghiera, seguiva la lettura di una poesia. Il procedimento era analogo. Ogni giorno un bambino presentava alla classe una poesia da lui scelta. Il lavoro di preparazione a casa doveva essere molto scrupoloso: una volta scelta la poesia da leggere bisognava brevemente illustrarne il significato, fornire notizie sull'autore, ricercare ed evidenziare parole nuove, abbellire l'elaborato con un disegno che rappresentasse la propria personale interpretazione. La cartellina delle poesie raccoglieva i testi di tutti e restava alla parete, aperta ad eventuali consultazioni.

Avevamo sette anni.

Le ricerche di storia e di geografia erano normalmente effettuate in gruppo, in un tempo prestabilito. L'iniziativa singola era quella di fornire materiale ai compagni ed insieme si ragionava sulla modalità di presentazione dell'argomento.
I cartelloni con il prodotto finale trovavano tutti il loro spazio alle pareti.
Le attività di gruppo si alternavano a momenti di lavoro indywidualne nelle varie discipline.
Erano i momenti di concentrazione ed assoluto silenzio.
L'evento più importante era la stampa del giornalino di classe, solitamente a scadenza trimestrale. In esso erano contenuti i migliori elaborati di ciascuno di noi (nei primi due anni pensierini, poi veri e propri temi).

Ogni tema veniva personalizzato con un titolo riassuntivo e ad effetto ("Terrore nel buio" oppure "La musica della montagna") e completato da un disegno che ne esponesse il contenuto.
Il giornalino si chiamava "La cicala", aveva un suo simbolo (oggi si chiamerebbe logo) ma una copertina sempre diversa. Naturalmente illustrata dai nostri disegni.
I fogli originali venivano stampati in una trentina di copie dal maestro, con la nostra collaborazione, e venivano ordinatamente pinzati insieme. Si deve pensare ad una stampante tecnicamente "preistorica" ma efficace.
Ho tuttora gelosamente conservati questi giornalini.
L'elaborato d'italiano ed il problema di matematica erano il compito obbligatorio a casa tutti i giorni. Spesso non si trattava solo di un tema, bisognava descrivere un oggetto casalingo od osservare persone o situazioni che accompagnavano le nostre giornate. Oppure inventare dialoghi improbabili con personaggi storici o cose inanimate che improvvisamente venivano dotati di parola, esponevano il loro punto di vista e rispondevano ai nostri perché. Credo di aver fatto parlare tutti gli antichi greci, tutta la Roma imperiale, tutti i grandi da Carlo Magno all'ultimo Presidente della Repubblica e di aver dato voce ad ogni foglia, gemma, nuvola, bambola, radio, caffettiera ed orologio!
Ad ogni libro letto seguiva necessariamente un riassunto. Si noterà anche adesso che sintetizzare non era proprio il mio forte…
In terza elementare eravamo già invitati a fare uso del dizionario e consultare il dizionario dei sinonimi e contrari.
In matematica bisognava dare spiegazione scritta di ogni procedimento effettuato. Sovente il compito consisteva nell'inventare un problema e risolverlo! Non nego che ogni tanto la testa mi andava totalmente in fumo.
Un compito che a casa non mancava mai e che veniva scrupolosamente esposto in plenum il giorno successivo, erano gli esercizi di analisi grammaticale e di analisi logica.
Ho riempito quaderni interi.
Una pignoleria che mi ha facilitata enormemente nel comprendere l'anima delle lingue scienze straniere che ho successivamente studiato e che mi ha fornito i migliori strumenti per spiegare ai miei studenti tedeschi la logica della lingua italiana.
Potrei andare avanti all'infinito a descrivere la scansione delle mie giornate di scuola. Credo che già si possa evincere una perfetta alchimia di duro lavoro, impegno, senso di responsabilità, passione, interazione sociale, sollecitudine alla fantasia, curiosità intellettuale ed umana. E molto altro…
Le mattinate dense di attività si scioglievano in modo inaspettato nelle giornate di sole, in cui il maestro ci conduceva in cortile a giocare. Per ore.
A Carnevale ci concedeva la festa in costume, con coriandoli e stelle filanti sparsi per la classe, musica ad alto volume e giochi.
A Natale la recita era un'autentica opera teatrale, in cui tutti, nessuno escluso, aveva una parte assegnata, in alternanza a canti anche in lingua inglese. Il presepe era allestito da noi, con figurine in cartoncino disegnate, ritagliate e colorate, prodotte da noi stessi.
Uno squilibrio assoluto di proporzioni ma così autentico!
Ho conosciuto ogni singolo museo ed ogni luogo d'interesse della città di Torino grazie alle numerosissime visite da lui organizzate.
Il maestro riusciva ad equilibrare perfettamente severità e libertà di espressione. Ha tirato su individui, non scolari.
Tralascio molte altre sollecitazioni culturali, dal disegno alla musica, alla lettura comparata dei principali quotidiani, ma vorrei lasciare spazio ad un'ulteriore osservazione.
Nei primi anni settanta non esistevano gli insegnanti di sostegno. Nella mia classe c'era un bambino con un ritardo psichico. Oggi si definirebbe "diversamente abile", nel linguaggio politicamente corretto.
Nessuno in classe si è mai accorto di nulla, fino all'esame di licenza elementare. Non perché il disagio non fosse grave o perché noi fossimo bambini particolarmente ingenui, ma perché il maestro aveva svolto un lavoro di integrazione di una delicatezza infinita. Pino era un bambino come tutti gli altri. Aveva il suo spazio d'espressione e il suo ruolo nella classe come tutti. Non si è mai sentito diverso e noi non lo abbiamo mai percepito come tale.
Il maestro Peluso se n'è andato troppo presto. Cinque anni dopo il termine del mio ciclo elementare. Ha permesso che una banale appendicite si trasformasse in peritonite perché doveva preparare la sua classe agli esami e non voleva assentarsi dal lavoro. Operato d'urgenza, non è sopravvissuto all'anestesia.
Dedito fino all'ultimo alla sua missione.
A lezione l'ho sempre portato con me.
Rivoltando banchi, sedie, metodi, schemi lineari, facendo della mia aula di volta in volta un'officina operosa, un teatro, un caffè in piazza, un salotto letterario o una discoteca, arredando le pareti con poster e citazioni, alzando il volume della musica e delle voci di tutti i miei allievi.
Forse è più appropriato dire che è stato il mio maestro ad accompagnarmi ogni giorno in cui ho tentato di trasmettere ai miei studenti uno slancio ed uno sguardo sul mondo che andassero oltre l'apprendimento asciutto e meccanico di una lingua.
Grazie, signor maestro!


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