D: Destino, distacco, diaspora

di Monica Resta

Destino, distacco, diaspora
Di Monica Resta

Sono nata a Panamá nel 1951, portando due cognomi: Resta Levi. Il mio destino era già segnato. Prima domanda: "Lei resta?". Seconda domanda: "Ti levi?". Risposta: Avrei voluto restare... ma mi sono dovuta levare.

La prima terra della mia vita, Panama, aveva l’odore della pioggia, il caldo opprimente, i frutti succosi e il suono dei tamburi che risuonavano in lontananza. Era una terra popolata da ragni, scorpioni, vipere e serpenti.

Da quando iniziai a muovermi da sola, amavo andare scalza. Mia madre imparò presto che era inutile mettermi le scarpe perché le avrei buttate dal finestrino al primo viaggio in macchina. Allora Maria Elena Walsh, poetessa argentina, non aveva ancora scritto la sua famosa canzone in cui dice: "Io non sono un ballerino / perché mi piace fermarmi / sulla terra e sentire / che i miei piedi hanno radici".

Ma i miei piedi nudi non fecero le radici perché nel 1956 partimmo per l’Argentina. E lasciai il mio lettino, il triciclo rosso e la gatta Murronga per un viaggio in nave fino a Valparaíso, e poi in macchina attraversando le Ande fino a Buenos Aires.

Restammo per alcuni mesi dal nonno Resta, un pianista di origini nobili. Era una famiglia numerosa, emigrata dalle terre abruzzesi. Le zie raccontavano storie di castelli, pascoli, ricchezze e vestiti di velluto, andati perduti nel terremoto. C'era la zia Irene, sempre intenta a cucire; Maria Vittoria, che sognava a occhi aperti; ed Eduardina, che teneva sul comodino il busto di un uomo dalla mascella prominente che io credevo fosse un santo, ma scoprii poi che era Mussolini, un nome da evitare nelle conversazioni per via delle persecuzioni subite dalla famiglia materna. E poi c'era lo zio Nino, che un giorno partì per il Brasile e non tornò più.

La zia Laura, sorella di mia madre, la conoscevo già perché era stata a trovarci a Panamá, ma il nonno Beppo, padre di mia madre, era una novità per me. L’ho incontrato a Rosario, dove viveva in un appartamento ordinato e profumato, con bellissimi piumoni sui letti. Si svegliava alle 5 per sedersi al tavolo, sorseggiare il suo mate e lavorare ai suoi numeri, che erano molto importanti (così mi avevano detto perché io non lo disturbassi). Non capivo il fascino dei numeri, ma ammiravo la sua matita trasparente a mine, che ho sempre pensato venisse dall’Italia.

Dal 1956 al 1974 misi radici in Argentina. Ma nel 1974 la dittatura mi costrinse a partire di nuovo, stavolta per Firenze, Italia. Come un presagio, nel nuovo passaporto italiano mi tolsero il cognome Levi: ero diventata solo Resta, come se l’Italia avesse saputo che non sarei tornata.

In mezzo a una turbolenta realtà di sequestri, torture e persecuzioni, lasciai parenti, amici e compagni di gioventù. Molti se ne andarono come me e si dispersero nei 5 continenti.

Le storie degli immigrati in Italia risuonano con la mia: le sfide di nostalgia, identità e integrazione sono comuni. Pur avendo il privilegio della lingua e delle origini italiane, anch'io ho conosciuto lo smarrimento del distacco. Negli anni '90, con le nuove tecnologie, ci ritrovammo tutti nella rete, quella che pesca le amicizie disperse.

Io me la sono cavata e le radici sono rimaste nel web e sono cresciute in Italia. Abbiamo chiuso il cerchio a Torino. Siamo tornati in Piemonte da dove sono partiti tre dei miei nonni... e abbiamo già compiuto il mezzo secolo di permanenza in Italia.

Se Levi Resta cosa Resta? Resta Levi.

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