S 3: Sogni
di giuseppe bambace
SOGNI
di Giuseppe Bambace
Chi sogna può spostare le montagne. Questa espressione evocativa del visionario film *Fitzcarraldo* del regista Werner Herzog simboleggia la ferma determinazione del protagonista di realizzare un'impresa titanica: costruire un teatro dell’opera in un piccolo remoto villaggio all’interno della foresta amazzonica, per far esibire il grande tenore Enrico Caruso, di cui è un fervido ammiratore, senza secondi fini o interessi.
Un’aspirazione così elevata è rivelatrice di quanto i sogni rappresentino la magia di rischiare per inseguire un orizzonte che nessun altro riesce a vedere.
Ciò vale sia in una prospettiva spaziale, i sogni non conoscono frontiere, ma anche e soprattutto temporale; i sogni sono proiezioni del futuro, spesso un asintoto a cui tendere, costantemente in fuga, a volte impossibile da raggiungere, ma è la rincorsa ciò che alimenta la brama di un momento di sintonia, di complicità, o semplicemente di contentezza.
Il grande regista Akira Kurosawa ha tradotto questa vocazione con la sua consueta sensibilità nel film *Sogni*, soprattutto nell’episodio intitolato *Il Pescheto*, in cui gli spiriti degli alberi che erano stati abbattuti regalano al protagonista che si era opposto all’insana decisione un’ultima immagine del pescheto rigoglioso; quando la visione svanisce, rimarrà solo un ramo fiorito su un moncone.
Per questa ragione i sogni vanno nutriti, accarezzati, perché si impadroniscano del nostro sentire quotidiano, per mantenere in vita la nostra alma, nonostante i meravigliosi inganni e le delusioni subite, per parafrasare Dostoevskij di *Le notti bianche*. Il mio archetipo di sognatore supera il disincanto del grande scrittore; credo che l’uomo che sogna commuova ancora il cuore, fino a farne ribollire il sangue, piange lacrime ma sempre di speranza.
Personalmente cerco di fare mia l’invocazione di Papa Giovanni XXIII: “Non consultarti con le tue paure, ma con le tue speranze e i tuoi sogni”. I sogni rappresentano il cancello d’ingresso che conduce al prato verde dell’anima. Per varcarlo e creare un rapporto indissolubile con l’inconscio più profondo occorre leggerezza, perché nel suo silenzio anche un sorriso può fare rumore, per citare Lucio Battisti.
Sognare è faticoso, non è da tutti, richiede coraggio per affrontare desideri e paure di fallimenti. Ad un’attenta osservazione si possono riconoscere i sognatori: hanno gli occhi velati di malinconia o lucenti di incoscienza, gli angoli della bocca ripiegati verso il basso come il tipico mugugno ligure o rivolti verso l’alto in un sorriso privo di qualsiasi spiegazione logica, l’aria smarrita di chi cerca ma non trova o quella scanzonata di chi ha appena risolto un sudoku di livello impossibile.
A volte la vita non gioca la stessa partita, allora succede che in poche mosse smonti il tuo sogno, ma è con perseveranza che si costruisce il proprio fortino e con tenacia lo si può rendere inespugnabile, come sosteneva Nelson Mandela: “Un vincitore è un sognatore che non si è mai arreso”.
Mandela poteva affermarlo con cognizione di causa, più discretamente anche io voglio custodire i miei sogni, anche quelli apparentemente più umili della quotidianità, rinnovandoli nel tempo, persino una fantastica utopia quale la vittoria della mia squadra nella Coppa dei Campioni.
Ci sarebbe ancora molto da argomentare, ma la sintesi perfetta di questa breve dissertazione sulla vita e sui sogni ci è offerta da Shakespeare: “Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, e nello spazio e nel tempo d’un sogno è raccolta la nostra breve vita”.


