E: ECCEZIONE, ESTRANEITÀ, ERRORE E molto altro

di Stefania BAMBACE.

ECCEZIONE, ESTRANEITÀ, ERRORE E molto altro.
di Stefania Bambace

Seduta al tavolo attendo. Un po' impaziente, ma senza affanno, provo a tracciare su un foglio le linee protese in avanti di una E in maiuscolo e la osservo, con la certezza che sarà lei a svelarsi, a condurmi verso la parola giusta per avviare il mio testo.

Sembra un pettine, un grande pettine perfettamente rettangolare con i denti affilati abbastanza da sciogliere o sgarbugliare anche il nodo più ostinato. Accanto scrivo malamente una minuscola e in corsivo: con quella sua testina piccina e una codina sproporzionata ha l'aspetto malconcio di uno spermatozoo che non ce l'ha fatta, che ha fallito lo slancio creativo verso una nuova vita.

Giro il foglio, mi alzo e mi dirigo allo specchio. Mi concentro sul movimento delle labbra mentre pronuncio con un suono prolungato eeeeeeeeeeeeeee… ma la smorfia non mi piace e mi abbandono ad un AAAAAAAAA molto rotondo e forte. Che soddisfazione!

Torno al tavolo, riguardo i miei scarabocchi e, mentre tento di dare un senso alle mie azioni disarticolate, sento cadere un'illuminazione improvvisa. No, non è epifania o momento epifanico la parola scelta, anche se sarebbe appropriata all'istante presente. Accartoccio il foglio ed escludo categoricamente il pensiero che inizialmente mi aveva sfiorata: l'ESPERIENZA che, a forza di energici colpi di pettine, scioglie nodi ingarbugliati o schiaccia e ricaccia indietro illusori slanci vitali. O ancora produce note stonate con labbra serrate dallo sforzo e dalla fatica e si abbandona a morbide, tondeggianti ed equilibrate sinfonie della vita di tutti i giorni. No, non voglio parlare dell'esperienza.

Quella nota distonica, però, emersa nell'atto di pronunciare ad alta voce la lettera e, mi suggerisce un'altra importante parola con la e iniziale: ECCEZIONE. Mi sono sempre piaciute le eccezioni. Tutte le essenze che abitano coraggiosamente gli spazi al di là dell'ordinario, del consueto. Mi sembra che abbiano argomenti assai più convincenti dei soggetti rintanati nei territori conosciuti e confortevoli della norma.

Persino in grammatica. Non esiste nulla di più codificato in una lingua, strumento di comunicazione tanto individuale quanto collettivo, della sua grammatica. Eppure la mia dedizione all'universo misterioso delle lingue mi ha più volte confermato che sono proprio le eccezioni alle rigide regole grammaticali a svelare i segreti più affascinanti della forma mentis di un popolo, di cui la struttura della lingua non è altro che il manifesto, o il megafono. Lo studio della grammatica andrebbe approcciato come quello della filosofia. In fondo, entrambe interpretano e definiscono il pensiero e l'animo umano.

Digressione a parte, nel mondo e nella storia la mia simpatia è tutta per le eccezioni. Ancor più, è ovvio, nelle arti e nelle lettere. Per le figure che hanno osato e dunque stravolto il corso delle cose, non per distruggere ma per costruire meglio. Mi piacciono le figure scomode, non gli anticonformisti in nome di un anticonformismo alla moda. Diffido delle mode.

Forse il mio entusiasmo è iniziato con la lettura delle fiabe, dove era necessario che qualcuno rompesse lo schema istituzionalizzato ed esplorasse territori non convenzionali per ricomporre alla fine la realtà secondo un ordine nuovo. Provo a fare ritorno a quel tempo infantile, al momento in cui si è manifestata irrevocabile la mia predilezione per le eccezioni, per i "fuori norma". Quanto avrei voluto che quello slancio fosse anche mio!

Ma il mondo reale ha dimenticato le fiabe e i suoi eroi "erranti", ed è oggi popolato da figure di comando grigie che temono le eccezioni e piegano ed appiattiscono le menti ad un ordine che esclude non solo il pensiero critico, ma che tende proprio ad annullare il pensiero. A me continuano a piacere le eccezioni. Mi riconosco. Mi sento apparentata, ma come un'eccezione senza eccezionalità.

Quindi nessuna vanagloria, tantomeno una ridicola autocelebrazione, piuttosto l'ammissione di un antico disagio nel non sentirmi quasi mai conforme. Una percezione di separatezza o di estraneità, parola che in fondo è sorella minore di eccezione. Nel buio mi domando se ho vissuto cercando o scappando. Con questo costante fastidio nell'anima di non trovarmi mai nel posto giusto, almeno secondo le etichette sociali e le categorie di appartenenza in cui venivo ingabbiata e catalogata (e lì sei troppo, e lì troppo poco, e lì dovresti, e lì potresti, e non rompete!).

Il livello successivo supera i dati biografici, è lo spaesamento in un reale in cui fatico a specchiarmi. Il mio eterno vate Gaber declamava "Mi fa male il mondo" e poi, dopo averne enumerato i motivi, con la consueta autoironia aggiungeva "come sono delicato!!!!!!!". Eccomi, io sono lì dentro, in quei versi. Un tratto peculiare, come la forma del naso o il colore degli occhi. Non mi piace, però esiste.

Mi domando comunque per quale motivo si debba tendere ad una normalità socialmente accettata per non sentirsi fuori posto, esclusi. Per non sentirsi in o addirittura un errore. Come se fosse giusto solo ciò che è normale. E chi decide cosa è normale?

L'eccezione è ciò che mette in discussione la norma, cioè la regola. Per questo è antipatica, ardua da comprendere, inaccettabile a chi è innamorato e prigioniero delle proprie convinzioni. Se è vero come è vero che ogni regola ha la sua eccezione, significa che la regola non può essere un sistema perfetto, inossidabile. È un orientamento, un'indicazione, ma può essere resa migliore dall'eccezione. Il mondo ha bisogno di entrambe, noi abbiamo bisogno di entrambe.

Scomodando Vincent Van Gogh, "la normalità è una strada lastricata: è comoda per camminare ma non vi cresce nessun fiore".

Riprendo in mano il mio foglio accartocciato, lo stendo e riguardo la mia grossa E. Ripenso alla mia voce stonata nel pronunciare in modo prolungato la vocale e. Voleva essere il corrispettivo sonoro dell'adrenalina che precede il segnale di partenza, il "pronti, partenza, via" che doveva dare lo slancio ad un racconto. Non mi è riuscito. Si è inceppato lo sparo alla griglia di partenza.

ECCEZIONE, dal latino exceptio-onis, derivato di excipere, ECCEPIRE, a sua volta "tirar fuori". Mi sono permessa di interpretare liberamente, evidentemente avevo bisogno di una legittimazione per tirare fuori. Tirare fuori da me tutto il groviglio di pensieri che in me evoca la parola eccezione con tutte le sue sorelle. Me ne scuso. Non ho creato un racconto, ho fatto un'eccezione.

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