C3: CENERE

di stefania bambace


CENERE
di Stefania Bambace

L'aria è tiepida in questa notte di inizio primavera. Nella grande casa è sceso il silenzio, il bambino dorme da ore e Marta è sola. Lei ed il suo animo turbato si accomodano in terrazza, sulla sedia che ormai conosce a memoria le sue forme, nonostante ultimamente si vadano sempre più assottigliando.

Marta si accende una sigaretta, una delle tante, eppure questa no, non è uguale, è piena di troppe cose. Marta aspira, espira, in un attimo consuma. Una lacrima bagna il mozzicone, non si era accorta di piangere. Osserva la cenere, il mucchio di nuova cenere che si è raccolta nel portacenere che tiene in grembo. I resti di qualche cosa che si è consumato appoggiati agli organi che hanno dato la vita.

È un contrasto così disarmante, pensa Marta, mentre un'altra goccia di pianto bagna un pulviscolo di cenere e lo incolla al fondo, impedendogli di prendere il volo. Che odore sgradevole, la cenere bagnata! Sa di fallimento. Un teorema senza fondamento: dare e consumare la propria vita non equivale automaticamente a garantire felicità alla propria creatura. Marta non è mai stata a suo agio con le formule.

Un rombo di motore dalla strada. Raro a quest'ora della notte ma sufficiente a spezzare il pensiero. Marta è arrivata al filtro ma aspira ancora. Sì, perché stanotte ha raggiunto il suo punto più basso, il più profondo tradimento di sé stessa, così almeno crede. Sono i turchi che leggono i fondi di caffè? Marta non ne è certa.

C'è qualcuno che sa leggere il fondo di questa cenere? Se in quel momento ci fosse stato avrebbe predetto a Marta che il dolore di quella sera sarebbe stato solo un sussurro rispetto al dolore violento che l'avrebbe avvinghiata in seguito. La sigaretta si è consumata velocemente. Marta resta a guardare la cenere raccolta. È così che si sente. Tutta la vita che ha inspirato con animo vorace l'ha rigettata fuori in un attimo in una piccola nuvola tossica.

È bella Marta. Però non lo sa. Ha faticato perché la sua bellezza venisse fuori e ancora continua a faticare, senza guardarsi veramente. È il mondo che ha dentro che chiede di essere riconosciuto, non l’involucro. Ma Marta ha imparato vivendo che ad una donna senza un bell'involucro difficilmente viene concesso di mostrare il proprio tesoro interiore. È camminando sul filo di questa profonda ingiustizia che Marta sente di aver perso l'equilibrio.

Un'altra sigaretta. L'unica piccola luce nel buio totale di questa notte. Ad ogni tiro Marta aspira una fase della sua vita e la ributta subito fuori. Con frenesia pezzi di sé e della sua esistenza vengono spinti in un turbine di fumo. Nel vortice danzano le tante Marta, le sue tante vite che si rincorrono come in un videogioco. Ma Marta non sa maneggiare i videogiochi, non li conosce, e si perde, mentre l'occhio della memoria vorrebbe fermare quei momenti e riordinarli. Invece tutto si mescola, si confonde in un amalgama di particelle che si schiantano e consumano in cenere. La sigaretta si è spenta. È tutta lì, la vita. Un mucchietto di cenere umida.

È in quel momento che Marta la sente arrivare da dietro. La avvolge in un abbraccio. Marta non saprebbe dire se ne è infastidita o se ne ha bisogno. “Che cosa vuoi, coscienza?” si limita a dire. “Buonasera cara”. “Non chiamarmi cara, lo sai che non lo sopporto! Ho un nome, accidenti!! Sembra che non se ne ricordi più nessuno. Mi chiamo Marta. MARTA, capito? Io sono Marta!”. “Hai ragione, ti chiedo scusa. Però mi sembra che proprio tu te ne sia dimenticata”.

Marta si abbandona ad un profondo sospiro e si lascia scivolare sulla sedia, piegando la testa all'indietro: “Non aspettarti da me una cronaca dei fatti. Non ho voglia di menzionare una serie di eventi che tu conosci benissimo. Tu sai anche il perché”. “Lo so. Nulla di originale. C'è un'umanità intera in preda all'infelicità che colleziona scelte sbagliate e la sintesi di questo stile di vita è semplice ma spietata: vuoti da riempire”. “Riempire di nulla. Eccola la tua sintesi, schiantata sul fondo appiccicoso di un portacenere”.

Marta lo sa. Nulla è come sembra e nemmeno lei. Ambiguità ed omologazione hanno corrotto il suo quotidiano, ha confuso i sì ed i no di una volontà che non è più sua, quasi fosse un palloncino che le è sfuggito di mano ed è volato via. Ecco perché il racconto dei fatti non ha alcuna importanza. Vale solo ciò che resta: cenere. Residuo di ciò che è stato, simbolo di caducità e fragilità. Comincia a fare freddo.

Marta vorrebbe rientrare in casa ma la voce della coscienza la ferma di nuovo. “Hai paura, lo so. Pensi di avere paura di me ma è te stessa che temi e da te stai fuggendo. Marta, non sono qui né per giustificarti, né per umiliarti. Sono qui per restituirti a te stessa. La tua cenere, se inizi a soffiare, è brace. Si ravviva. Riparti da lì”.

“Come l'Araba Fenice?”. “Esattamente. Come la Fenice. Ma l'hai detto tu: ti chiami Marta. Ecco, torna ad essere Marta, torna ad essere chi sei. Nei tuoi appunti hai evidenziato una frase che recita: *Conoscersi è il primo atto d'amore: solo chi sa chi è, può amare senza perdersi.* Ricordatene”. “Sono anche ciò che sono stata”. “Bene, usalo come combustibile. Ti servirrà per volare più in alto”.

Il mattino seguente, pur con gli occhi segnati dal poco sonno, Marta riprende i suoi gesti di tutti i giorni: sveglia il bambino, prepara la colazione, lo aiuta a lavarsi e vestirsi e lo accompagna a scuola. Mentre guida per andare al lavoro le viene in mente che ha scordato di lavare il portacenere. Sorride. Fuori inizia a piovere. Marta sorride e piange. Piange e sorride. Ha iniziato a curare le sue ali, per quel volo che consacrerà la rinascita dalle sue stesse ceneri.

Ma si sa, l'Araba Fenice non può bruciare una volta sola. Così sarà per Marta. Così è per l'essere umano alla continua ricerca di sé stesso e della propria pienezza. È una legge di natura: bisogna potare, estirpare, talvolta bruciare. Forse Marta non era veramente pronta per il volo quando, ad uno ad uno, più e più volte, le hanno bruciato le ali. L'anima ustionata, il cuore una torcia. E di nuovo cenere.

Marta, però, ora sapeva. Dalle sue ceneri sono riemersi mondi e volti a ricordarle la traiettoria certa e la mappa del suo volo. Con ali consapevoli, ora Marta volteggia ancora insieme a chi, come lei, non ha smesso di credere alla gioiosa danza della vita.

Post più popolari