T: TEDESCO

di Stefania BAMBACE.

 


TEDESCO  di Stefania BAMBACE

04 Dicembre 2025


“No papà, il tedesco proprio no! Come lingua complementare sceglierò lo spagnolo, continuerò con il francese come terza lingua ma il tedesco proprio no! “.

Così una giovane Stefania replicava con veemenza alla proposta di suo padre, il quale aveva già intuito, molto prima della riunificazione delle due Germanie, l‘importanza strategica in Europa di una lingua che all‘epoca in Italia masticavano in pochi, e che tentava di suggerire alla figlia di inserire il tedesco nel suo piano di studi. Nulla da fare, Stefania era irremovibile. Aveva alzato le barricate contro una lingua che riteneva dura, schematica. per nulla fantasiosa e, nella sua complessità, contorta. Inoltre i suoi sogni di matricola la vedevano attiva in qualche università spagnola o francese oppure ad Edimburgo o Dublino. Ancor meglio di Londra, ambita da troppi italiani.

Il tedesco era completamente escluso dalle sue velleità di fresca ed entusiasta studentessa.

La vita però, è meravigliosa e molto creativa nel provocarci continuamente e Stefania si dilettava in questo gioco, sparigliava volentieri le carte della sua esistenza, forse perché curiosa verso il nuovo, o forse perché accumulatrice seriale di esperienze, oppure perché perennemente in modalità fuga, chissà, o più probabilmente per tutte queste ragioni insieme. Fatto sta che, in prossimità della conclusione dei suoi studi, Stefania si era lasciata stregare dal fascino di una cultura che non cessava di stuzzicarla, attraverso incontri di natura letteraria e filosofica e successivamente di altra natura, più tangibile e reale, dalle fattezze umane (piuttosto attraenti) e con un nome -Lutz- facilmente pronunciabile ed un cognome - König- altisonante ma non impossibile.

Ora lo studio del tedesco era divenuto imprescindibile all‘approfondimento di quella cultura e Stefania si ritrovava a perseguire l‘obbiettivo presso il Goethe Institut di una romantica cittadina medievale tedesca, durante uno degli autunni più freddi di sempre, temperature gelide ed una coltre di neve da paesaggio illustrato.

Terminato in breve tempo il corso privato di lessico amoroso, la prima parola pubblica fu ASCHENBECHER, portacenere, essendo la Stefania di allora un‘appassionata fumatrice.

Fu il primo scioglilingua. Seguirono vocaboli indispensabili alla sopravvivenza, prime formule espressive imparate a memoria e tentativi rudimentali di far derivare parole ancora sconosciute dall‘inglese, creando neologismi quali Butterfliege (farfalla, in inglese Butterfly) per poi scoprire che il termine tedesco aveva tutt‘altra radice, Schmetterling…. suscitando ovviamente ilarità generale!

Non fu l‘unica figura imbarazzante. D‘altra parte come ci si poteva districare in una lingua in cui un verbo, a seconda del prefisso usato, cambiava completamente significato? Un bambino scottato da una brutta esperienza per un prefisso sbagliato diventava di colpo un bambino arrostito!! C‘era da ammattire!

Per non parlare dei rompicapi grammaticali. Verbi forti, verbi deboli, verbi misti, verbi separabili, la declinazione dell‘aggettivo, tre generi per i sostantivi e nessuna regola che definisse l‘articolo corrispondente (maschile, femminile o neutro? Tiriamo ad indovinare!).

Ci volle una tavolata conviviale, con studenti di tutto il mondo e docenti tedeschi, e qualche birra di troppo perché Stefania prendesse finalmente il coraggio di conversare liberamente, anche se a tutt‘oggi non è veramente sicura di aver detto qualcosa di sensato durante quella serata.

Il ghiaccio si era sciolto, finalmente, e non solo quello linguistico. L‘ultima neve di primavera andava scomparendo, un sole sempre più tiepido annunciava tempi più luminosi.

La confidenza maggiore con il tedesco aveva permesso a Stefania sempre nuove scoperte: il gusto nell‘assaporare in lingua originale film di registi amatissimi, le letture degli autori responsabili di questo suo inaspettato interesse per la cultura tedesca, la comprensione sempre maggiore delle persone, delle diverse facce del Paese, del funzionamento delle istituzioni.

In questo processo di avvicinamento ad una lingua a tratti misteriosa, complessa ma affascinante e nell‘addestramento dell‘orecchio a sonorità che non parevano più così ostili, Stefania trovava conferma del rapporto indissolubile tra una lingua ed il suo popolo, la lingua come specchio di una società.

Curiosamente la parola tedesco in italiano, deutsch in tedesco, derivano da un antico termine dialettale germanico, theodisce, diventato theodiscus, da cui si svilupparono rispettivamente deutsch e tedesco.

A differenza del latino, parlato dai nobili e dal clero, questa lingua dialettale era parlata dal popolo. In questo senso Deutsch equivarrebbe a “lingua del popolo “. Per arrivare ad una vera standardizzazione della lingua bisognerà attendere Lutero e la sua traduzione “in volgare “della Bibbia dal latino, e la grammatica dei fratelli Grimm, i divulgatori in lingua scritta del patrimonio favolistico orale.

L‘avversione iniziale di Stefania per il tedesco ormai si era convertita in una insaziabile voglia esplorativa. Tanto da portarla a trasferirsi definitivamente in Germania, convolare a nozze, fondare una famiglia dal bizzarro impianto bilingue.

Il lavoro di docente d‘italiano per studenti tedeschi aveva rafforzato ulteriormente la convinzione che la lingua, ogni lingua, abbia una sua logica e che tale logica altro non sia se non il riflesso della forma mentis di un popolo. A questa conclusione Stefania era arrivata nel tentativo di elaborare strategie di apprendimento là dove maggiori erano le difficoltà comuni a tutti gli studenti.

Un esempio su tutti, l‘uso diverso in italiano ed in tedesco delle forme del passato, quasi a dimostrare un approccio differente alla narrazione degli eventi. L‘imperfetto, modo verbale tipico delle lingue neo-latine, in tedesco non esiste. Un lasso di tempo impreciso (dunque imperfetto) è tassativamente escluso dalla logica tedesca, per cui un evento passato (prossimo o remoto che sia) è definitivamente chiuso. Finito. Dal loro punto di vista non possono convivere un imperfetto ed un passato prossimo nella stessa frase. Se è passato è passato. È netto, il tedesco.

Ogni parola ha la sua collocazione precisa all‘interno della frase. È ordinato, il tedesco.

Il verbo è principe all‘interno della grammatica: è lui a dettare una vasta serie di altre regole. Un verbo che indica uno stato o un verbo che indica un movimento determinano una diversa posizione dell‘individuo nel mondo, dunque si modificheranno tutta una serie di variabili (preposizioni, casi, desinenze…). È filosofico, il tedesco.

Interrompere l‘interlocutore è praticamente impossibile: le particelle poste alla fine di frasi anche elaborate hanno il potere di determinare il significato dell‘intera locuzione, per cui occorre attendere la fine del discorso per poter comprendere il messaggio del soggetto parlante. In breve, è necessario rispettare i turni di parola. È rispettoso, il tedesco.

Gli esempi si sprecano….

Le lunghe parole composte testimoniano lo sforzo di sintesi tra realtà diverse, anche se spesso l‘esito appare mostruoso nella scrittura ed ostico nella pronuncia. È formalmente inclusivo, il tedesco. E le rime a cantilena delle poesie? Quanto sono lontane dalla squisita armonia dei componimenti italiani! NON è orecchiabile, il tedesco.

Fu però il bilinguismo dei suoi figli a donare a Stefania un’esperienza magica. La naturalezza con cui i bambini scivolavano da una lingua all‘altra a seconda del contesto e delle loro esigenze mostrava anche in modo limpido la loro preferenzialità per una parola tedesca o italiana per meglio esprimere il loro sentire del momento. Dire apparentemente la stessa cosa in una lingua o nell‘altra evidenziava in realtà un modo differente di comunicare un‘emozione o di interpretare il loro sguardo sulle cose. Osservando attentamente, non era mai una scelta casuale. Con l‘adolescenza, poi, la prevalenza di una lingua sull‘altra mostrava in quale delle due dimensioni si muovevano più a loro agio, in quale mondo più si riconoscevano.

Se in ognuno di noi convive un condominio interno, nell‘animo di un bilingue si affollano molte altre parti contrastanti. A modo suo Stefania aveva avuto un assaggio di tale confusione: torinese/calabrese a seconda della percezione altrui, ora straniera in Germania ed estranea in Italia, da cui mancava ormai da troppo tempo, secondo la sua personale percezione.

Oggi Stefania parla tedesco, pensa in entrambe le lingue, impreca senza distinzioni in italiano o in tedesco ma sente, ama, soffre, ride, SCRIVE esclusivamente nella sua madrelingua.

La lingua è madre anche in tedesco, die Muttersprache, ma si sa, di mamma ce n‘è una sola.


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