T3: TERRONE POLENTONE

di giuseppe bambace.

 


LETTERA T3

TERRONE POLENTONE

Autore: Giuseppe BAMBACE


Appartengo all’esercito dei senza patria, la seconda generazione di emigrazione dalle regioni meridionali, che non si riconosce più nel luogo d’origine dei propri genitori, ma fa grande fatica ad identificarsi nelle città in cui è cresciuto, che ha vissuto la propria iniziazione per l’ingresso in società in un paese che si affacciava al processo di sviluppo vorticoso e caotico degli anni ’60, dilaniato da profonde sperequazioni economiche e sociali, mascherate dall’affermazione del benessere materiale e dalla creazione della classe media.

La mia città natale Vercelli merita una menzione a parte, perché ha posato la pietra miliare della mia crescita, avvolgendomi nell’affetto di molte persone speciali e cullandomi nella spensieratezza della mia prima infanzia.

In realtà fino all’adolescenza questa dicotomia si è manifestata in modo inconsapevole: da un lato il cuore rivolto spontaneamente a mezzogiorno, associato alle inebrianti estati trascorse da nonna, una dimensione di libertà euforica e tavole imbandite, attorno a cui si stringevano tre generazioni; dall’altro la testa eretta a cercare un proprio ruolo nelle comunità che abitavano il quotidiano, la tribù di ragazzi del grande condominio, la classe affollata da 34 scolari con maestro unico, i compagni di gioco coi quali esplorare e conquistare i luoghi del quartiere.

Qualche dubbio incominciò ad insinuarsi nella cosiddetta età della ragione, quando mi arresi all’evidenza che al paesello venivo apostrofato come un esponente del nord, un polentone, mentre in città rimanevo comunque etichettato come uno del sud, un terrone.

Straniero ovunque, come smarrito nel mondo di mezzo, incapace di articolare i dialetti di entrambe le terre, svuotato di un senso di appartenenza, rimbalzato tra la bagna cauda e la parmigiana di melanzane, il grande fiume placido ed il mare vivace dello Stretto, Gianduia ed il teatro dei pupi.

Col sopraggiungere della maturità, la linea di demarcazione si è assottigliata, ha assunto colorazioni sfumate ed un profilo curvilineo, a volte tortuoso come un labirinto. Temo che ciò abbia coinciso con il tempo in cui la casa di nonna si è progressivamente svuotata di quelle anime luminose, facendo emergere gli aspetti ostili di una terra amara.

Si è affermato un equilibrio necessario, che mi ha consentito di accomunare le qualità di entrambe le realtà, anziché stigmatizzarne le differenze. Non solo assaporare l’alternanza della fileja col sugo di pesce e del risotto coi porcini, ma nutrirsi sia della visione drammaturgica di Pirandello che del realismo caustico di Pavese, immaginare le storie cantate da Otello Profazio sulle vessazioni del potere sabaudo dopo l’unità d’Italia e le vicende di vita quotidiana ed i conflitti sociali nati con l’immigrazione dal sud tradotti nelle ballate di Gipo Farassino.

Poi l’attività professionale ha ulteriormente esteso i confini del mio orizzonte, elevando la conoscenza a mondi remoti, facendomi superare definitivamente la logica della difesa provinciale del campanile. Ma se è vero che il sangue non mente, è inevitabile che le differenze permangano nella dimensione più intima di ciascuno di noi: mentre in una visione più generale, credo che l’espressione pronunciata da Klemens von Metternich 180 anni fa sia ancora attualissima.

La chiave di volta sarebbe quella di sublimare le distanze traendo ispirazione dalla natura, perché la biodiversità si rivela fonte di arricchimento, non di conflitto. Tuttavia ciò presuppone che, come in natura, tutte le componenti operino congiuntamente per un mutuo vantaggio. Di conseguenza terrone polentone sarà ancora protagonista per molte stagioni a venire.


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