B3: Blu
di giuseppe bambace
Blu
di Giuseppe Bambace
Non c’è dubbio, la parola blu ha il colore blu, che solamente un osservatore attento e riflessivo può apprezzare in tutte le sue tonalità e nelle emozioni che riesce a suscitare.
Rivolto lo sguardo al cielo ed al mare, lo scrittore marsigliese Jean-Claude Izzo descrive le continue mutazioni del blu con grande sensibilità: “il blu grigio, il blu notte e il blu mare, il blu scuro, il blu lavanda. O il blu melanzana, nelle sere di temporale. Il blu verde. Il blu rame del tramonto, prima del maestrale. O quel blu così pallido, quasi bianco”.
Nell’opera di uno dei miei scrittori preferiti, Fernando Pessoa, il blu è un colore ambiguo, che esprime infinito ed incertezza esistenziale, oscillante tra il desiderio di chiarezza e l'angoscia del mistero. Simbolo della sua anima inquieta, votata ad una costante analisi interiore, metafora del cielo della sua Lisbona che si riflette sulle onde dell’oceano Atlantico, l’autore descrive un blu azzurro che non esprime serenità, ma porta con sé l’ambiguità e il mistero dell’infinito.
Proprio per queste connotazioni fortemente simboliche, che travalicano le sue varietà cromatiche, il blu evoca, oltre ad un’urgenza di profondità introspettiva, un senso di affidabilità, appartenenza e lealtà, che richiamano inevitabilmente il trascendente.
Non a caso è presente abbondantemente nell’iconografia di tutte le religioni. Nell’antico Egitto era utilizzato per decorazioni funerarie, simbolo del Nilo e del dio Amon; nell’induismo Krishna e Vishnu sono rappresentati con la pelle dipinta di blu, per simboleggiare l’infinito e la natura divina. Nell’Islam è usato nelle decorazioni delle moschee, per rappresentare il cielo e la maestà divina. Nel Cristianesimo è il colore usato per il mantello della Madonna, ad esaltare purezza e grazia celeste, nelle icone bizantine anche Cristo è vestito di blu, ad emblema della sua trascendenza.
Il richiamo del blu all’approfondimento interiore è stato fonte di ispirazione nelle arti figurative di ogni tempo. Nell’epoca moderna questa inclinazione è rivelata con grande delicatezza in alcune riflessioni nel saggio “Lo spirituale nell'arte” dal padre dell’astrattismo Wassily Kandinsky: “Quanto più il blu è profondo, tanto più fortemente richiama l’uomo verso l’infinito, suscita in lui la nostalgia della purezza e infine del sovrasensibile. Esso è il colore del cielo, come lo immaginiamo quando sentiamo il suono della parola cielo".
Forse per la mia risoluzione definitiva a riconoscermi in una creatura d’acqua, il blu è presente nel mio modo di essere, di vestire, di sentire, di pensare. Seduto sul terrazzino della casa di nonna, di fronte alla magia dello Stretto, quando il crepuscolo restituisce i colori ed i silenzi dopo gli affanni e le grida sguaiate del giorno affollato, il blu si riappropria della sua essenza, una dimension che sta sopra di noi nell'infinito e gradualmente esercita la sua azione di purificazione interiore, in cui a volte si riesce ad intuire la verità del proprio io.
E mi ritrovo nei versi onirici dello scrittore statunitense Christopher Moore: “Il blu è inafferrabile, blu è gloria e potere, un’onda, una particella, una vibrazione, una risonanza, uno spirito, una passione, un ricordo, una vanità, una metafora, un sogno”.
Il blu cela un intimo rapporto con la tenerezza della figura materna, che ha nella devozione mariana la sua accezione più elevata, associata alla percezione di luminosità, che la violenza dei tiranni del mondo presente tentano costantemente di offuscare.
La sintesi perfetta di tutte queste considerazioni filosofiche è racchiusa nella brillante riflessione di Lucy in un fumetto di Schulz: “Mi sono convinta che fare il cielo blu è stata una buona idea”.


