P3: PALLONE
di giuseppe bambace
PALLONE
di Giuseppe Bambace
È inevitabile che viva con la testa nel pallone. Ancora in fasce, iniziavo la scoperta dello spazio circostante e delle persone che mi circondavano di affetto, i miei genitori e due zii che abitavano temporaneamente con noi in un appartamento di via Massaua, a soli 200 metri dal Robbiano, ora Silvio Piola, lo stadio della mitica Pro Vercelli.
Ad appena 5 anni sono stato avvicinato al tennis, a detta del mio maestro ero un talento precoce con risultati promettenti, ma intimamente provavo sensazioni molto più gioiose correndo dietro un pallone nel cortile del condominio dove ci eravamo trasferiti quando è arrivato il mio fratellino. Al termine di una disanima capillare sugli sport che suscitavano in me una passione genuina, sono giunto ad una conclusione lapalissiana: se non vedo una porta non mi diverto.
In realtà la prima porta erano le due colonne del muro di cinta del cortile, ma bastava la fervida immaginazione di bambini per disputare partite avvincenti, che si concludevano solo quando dai balconi le rispettive mamme ci richiamavano a casa per ripulirci e presentarci al desco per cena.
A quel tempo un appuntamento non negoziabile era la lezione di catechismo, al termine della quale la maestra suora, apparentemente severa dall’alto della sua notevole statura, improvvisava caotiche partite a pallone nel piccolo giardino, a cui prendeva parte anche lei con passione contagiosa.
Non dimenticherò mai le domeniche in visita ai Signori Barale, che per noi fratelli era l’occasione per rincorrere il pallone nell’area di manovra dei garage sotto casa. Ma spesso il pallone finiva oltre il muro di confine e per recuperarlo dovevamo suonare il citofono, fino a quando gli adulti spazientiti per l’ennesimo trillo del campanello ponevano fine alla partita. Il risotto della signora Iuccia compensava ampiamente la nostra frustrazione.
Il trasferimento a Torino ci aveva costretto a reinventare i nostri giochi di pallone al chiuso, in attesa di conoscere i nostri nuovi compagni di scuola ed i cortili del quartiere. Il grande ingresso invitava allo scopo, ma malauguratamente rompemmo un vaso caro a mamma e da quel momento non osammo più giocare in casa. Ricordo che con pazienza certosina incollammo tutti i pezzi dall’interno con risultato apprezzabile, tanto che lei non se ne accorse, fino a quando le confessammo l’accaduto in un’occasione propizia solo 40 anni dopo.
Il processo di integrazione fu indolore, il quartiere di Santa Rita si mostrava inclusivo; con l’imminenza della nascita di una sorellina, ci spostammo a poche vie di distanza in un appartamento più grande. Nel periodo di massima esplosione demografica, ogni famiglia che abitava in quella casa di 9 piani vantava almeno 2 figli, in molti 3 come la nostra, un numero sufficiente per formare più squadre. Si preannunciavano emozionanti partite di pallone.
Persino le giornate uggiose non costituivano un ostacolo; la fantasia prendeva il sopravvento, per trasformare la superficie del letto in un campetto e costruire giocatori e porte con i mattoncini del Lego. Oppure per organizzare avvincenti tornei di Subbuteo in contemporanea su vari campi in abitazioni diverse. I cellulari non erano ancora stati inventati, perciò nell’intervallo delle partite le linee fisse ribollivano di chiamate, per verificare i risultati parziali su tutti i campi.
Intanto il quartiere viveva un’espansione edilizia vorticosa, tra le case in costruzione restavano pochi spazi, perciò spesso frequentavamo Piazza d’Armi, che all’epoca si presentava come una spianata fangosa e piena di dune dove si esercitavano gli appassionati di motocross. Ma due maglie per terra bastavano a creare l’illusione di una porta professionale, per correre e divertirci.
D’altra parte nessun altro luogo poteva essere più appropriato, eravamo proprio di fronte al tempio del calcio, lo stadio Comunale, che all’epoca ospitava entrambe le squadre cittadine. Giunto a Torino all’età di 8 anni, non mi ero mai posto l’amletica domanda per quale squadra tifare. Ero già intrinsecamente juventino. Parafrasando un geniale monologo di Gaber, “non per scelta, ma per nascita”. E per lignaggio tutti i cugini che sarebbero nati negli anni successivi sono juventini.
Il Comunale risuona ancora del ruggito degli spalti, del suono ritmato delle trombette, emozioni vissute rigorosamente in piedi, nelle partite di cartello persino pressati l’uno all’altro. Con passione, quella che fissa nella memoria i successi memorabili e fa dimenticare le delusioni cocenti.
Per me vercellese di nascita e di cuore, lo stadio Comunale ha rappresentato anche la partecipazione al successo rocambolesco della Pro contro i rivali lanieri della Biellese il 6 giugno 1971, quando l’ennesimo spareggio per la promozione in serie C venne deciso alla monetina. Il capitano Bruno Rossi emerse dal capannello di giocatori radunati a centrocampo ed esultò all’esito del sorteggio, facendo esplodere l’entusiasmo dei tifosi vercellesi.
Entusiasmo, passione e senso di appartenenza che non alberga più negli interpreti del calcio moderno, ostaggio dei procuratori e di calcoli economici. Il fallimento reiterato della Nazionale ne è il risultato malinconico, tant’è che la convocazione è percepita da molti protagonisti come un fastidioso ostacolo agli interessi delle squadre per le quali sono tesserati.
Ho rinnovato quell’entusiasmo grazie alle prodezze di mio figlio Carlo, seguendo la sua avventura calcistica dagli spalti dei campetti di Torino e provincia. Periodo che mi ha regalato anche momenti esilaranti, come in occasione di un gol straordinario realizzato in trasferta a Rosta, con un fendente che dalla fascia sinistra si è insaccato sul palo opposto con una traiettoria a scavalcare il portiere proteso in tuffo. Aveva solo 8 anni, ma già emulava gli atteggiamenti dei suoi idoli ammirati in tv, svestendo la maglietta e roteandola, correndo a perdifiato lungo il campo, rincorso da un arbitro simpatico ed ironico, che gli sventolava il cartellino giallo, tra le risate irrefrenabili di entrambe le tifoserie. Oppure quando in una partita difficile, subentrato per contrastare l’avversario più aitante, per citare Bruno Pizzul, secondo le direttive del mister, appena messi i piedi in campo ha urlato a squarciagola: “Chi è il numero 7?” provocando lo scoppio generale di risate sugli spalti.
Era ancora l’età innocente, in cui quasi tutti giocavano per stare insieme e divertirsi; godendomi lo spettacolo mi sovvenivano i ricordi delle sfide estive sulla spiaggia, che terminavano solo quando la mia squadra passava in vantaggio, o dei tornei del liceo, in cui la nostra squadra galleggiava nelle ultime posizioni, a causa delle ripetute defezioni. Nonostante ciò, cercavo di onorare il numero 6 che portavo sulla maglia, che allora identificava il ruolo di libero, svincolato da disposizioni tattiche, l’unico possibile per la mia indole ribelle.
Oggi che il calcio trova diffusione crescente anche nel settore femminile, coltivo la speranza che i giovani vivano ancora questo sport con animo genuino, perché al di là delle riforme che ne hanno snaturato lo spirito, trasformandolo in un ramo d’industria, il pallone rimane un meraviglioso gioco, e valgono sempre i poetici versi di De Gregori declamati nella splendida canzone incisa nel 1982: “Un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia”.
Quasi un messaggio profetico per l’esaltante vittoria del Mondiale di Spagna di quell’anno, maturato con lo spirito di gruppo plasmato da un selezionatore competente oltre che fine psicologo, quando l’algoritmo era un termine ignoto ai veri conoscitori del gioco del pallone, quello rigorosamente di cuoio a 20 esagoni bianchi e 12 pentagoni neri.


