I 3 – IO

di Stefania BAMBACE.


IO

di Stefania BAMBACE

Sono una lettera esile, gracile, bruttina. Una linea verticale. Se provi a pronunciarmi ne uscirà un suono stridulo, graffiante, mentre le labbra ti resteranno serrate in una smorfia che tenderà ad alterare persino i tuoi lineamenti. Nella grafia tradizionale hanno cercato di abbellirmi con qualche orpello: in minuscolo due piedini di appoggio ed un puntino vagante sopra la mia testa, in maiuscolo una sorta di visiera ed un corpo con un accenno di sinuosità. Ma non ha prodotto nessun cambiamento significativo della mia immagine: resto sempre un segno mingherlino.

Vagando tra le altre lettere ho cercato una compagna a cui affiancarmi, nel tentativo di mostrare una più bella figura.

Ho formato un articolo maschile singolare (il) ed ancora una preposizione semplice (in) ma l‘effetto, in entrambe le parole, era di una rimarchevole rigidità. Poi ho trovato lei: liscia, tonda, senza spigoli o acuti. Una corpulenta O. Accanto a lei ho formato una minuscola parola di smisurata potenza: IO!

Lo sentite come scivola bene questo pronome piccino? Come è armonioso il suono che produce? Una tonalità forte ma musicale, un allegro che varia in un andante. Per quanto molto dipenda dall‘interprete….

IO è un mondo che gira, rotola su sé stesso, sbanda, compie salti acrobatici e ricade in spaccata, talvolta si distrae e casca rovinosamente, si fa un po’ male, cambia passo. Ebbene sì, nella mi fragilità di lettera che pure ha dato l’avvio a tante parole di peso, é solo affiancandomi a O che ho creato un capolavoro di immensa capacità evocativa.

Uscita dal vocabolario questa parolina si è incarnata, espandendosi nei tanti IO quanti sono gli individui e disgregandosi in svariate sfaccettature all‘interno di ogni singolo, con ulteriori variazioni in base al tempo e all‘età.

Tralascio l‘esamina delle mie colleghe di lingua straniera, però è indubbio che il giocoso e saltellante yo spagnolo, il sibilo dell‘ich tedesco ripiegato su sé stesso, le vibrazioni a bocca semichiusa del je francese fino all‘essenziale ma rigorosamente maiuscolo I inglese mostrano come anche l‘identità di un popolo si esprima attraverso la propria peculiare modalità di dire IO.

La parola IO esordisce timidamente sul palcoscenico con passi un po’ incerti, ricerca il suo personale ritmo ma infine si lascia andare. La coreografia diventa un ballo frenetico, a tratti scomposto, poi riprende un ritmo regolare. Si affina nei movimenti, ma riprende presto a sudare, sempre più al centro della scena, sempre più smanioso di applausi, di spettatori adoranti, laggiù nelle platee.

É così che l‘IO piano piano si ammala. Un confine sottile tra il piacere dell‘esibizione e l‘ipertrofia. É il momento fatale dello scivolamento, della perdizione: ora tutto ruota attorno ad un unico centro gravitazionale, l‘IO stesso, per l‘appunto. Piroette autoreferenziali. La danza perde il suo spirito originario per la quale era stata creata, il valore dell’opera artistica viene offuscato dal protagonismo del suo interprete. Ciò che ora va in scena sul palco non è che una lotta che crea sofferenza per ogni applauso in più o in meno, che personalizza ogni sguardo dello spettatore, in un‘allerta permanente.

Ha bisogno di rifiatare, l‘IO.

Ha necessità di recuperare flessibilità, armonia mentre volteggia tra il suo e l’altrui spazio, affinché la sua danza non trascenda in un orrendo spettacolo monotematico, con uno spartito che piace solo a lui. È ahimé sempre più diffusa la prestazione da solista che urla “Io io io“. L‘effetto prodotto somiglia più ad un raglio stridulo di asino, (laddove l‘originale sarebbe indubbiamente più dignitoso) che ad un assolo di prestigio.

Basterebbe che questo spasmodico bisogno di presenza ed autoaffermazione si ridimensionasse per riportare l’IO ai suoi confini naturali. Lasciargli recuperare il senso della sua presenza nel mondo. Una esile I ed un‘opulenta O ad occupare uno spazio assegnato, all‘interno di un vocabolario vastissimo.

Da solo, senza coralità, IO non è che un insignificante monosillabo.

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