Q: Quino e il giorno in cui smettemmo di ridere

di monica resta.


Quino e il giorno in cui smettemmo di ridere

Non era un giorno come tutti gli altri, anche se eravamo abituati a non avere molti giorni uguali. Era chiaro che qualcosa stava per cambiare per tutti. Nonostante fossimo giovani, avevamo sentito tante storie di resistenza e sapevamo che il futuro era incerto.

Mi vennero in mente le storie familiari di viaggi e spostamenti decisi all’ultimo momento, perché perseguitati e cacciati per motivi politici.

Avevo quindici anni e tutte le mattine facevo fatica a svegliarmi, ma quel 29 giugno del ’66 avevo fretta di arrivare a scuola per sentire cosa avrebbero detto i miei compagni e i professori. Feci colazione di corsa, presi il gettone per il mulinello della metro e arrivai in stazione alle sette, dieci minuti prima del solito. Faceva freddo.

La mia stazione di partenza era Agüero, con le scale meccaniche antiche e i gradini in listelli di legno. Aveva un odore particolare: non era un profumo, ma non era sgradevole. Le pareti, rivestite di ceramiche azzurrine, ricoprivano quasi tutta la stazione, lasciando scoperto solo il soffitto curvo delle scale e della piattaforma. Il pavimento era color mattone e, in un tratto del binario, una grande maiolica raccontava storie antiche dell’epoca del virreinato.

Quella sul binario che portava alla fermata Catedral — la mia destinazione — mostrava scene della società spagnola già insediata nel territorio argentino tra il XVIII e il XIX secolo. Erano immagini che mi ricordavano i libri di storia: una nuova società che aveva lottato e, alla fine, si era resa indipendente dai Re di Spagna.

Sulla piattaforma c’era un’edicola che esponeva sempre le prime pagine dei giornali. Quel giorno, l’edicolante, per il quotidiano “El Mundo”, aveva messo in mostra una pagina interna: la vignetta giornaliera di Mafalda, disegnata da Quino.

C’era lei, in un solo riquadro, con gli occhi sbarrati e pieni di domande, la bocca spalancata e incredula. Diceva: “E allora tutto quello che mi hanno insegnato a scuola?”

Eravamo in parecchi davanti a quella vignetta. Non so se qualcuno disse qualcosa, ma sicuramente tutti ci facevamo la stessa domanda.

Dopo il golpe del ’66 continuammo a leggere Mafalda, che imparò a parlare in un altro modo, come tutti noi. Non c’era più spazio per una critica così diretta e nuda: bisognava usare filosofia, allusioni, metafore.

Quel che successe nei quindici anni successivi è un’altra storia. E non faceva più sorridere nessuno.

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