G: Geroglifici

di monica resta.


Geroglifici
di Monica Resta

Isabella frequentava il liceo classico in via S. Ottavio 9, abitava a Torino in una strada dove i palazzi avevano ancora portoni alti e cortili silenziosi. Preferiva andare a scuola a piedi. Passava ogni giorno davanti al Museo Egizio. Quando aveva tempo, entrava a curiosare tra le sale, osservando statue, reperti… e soprattutto i geroglifici.

A casa l’aspettava sempre il suo adorato gatto nero, che chiamava Geb, come il dio della Terra nella mitologia egizia.

Un giorno, davanti ai geroglifici, Isabella riconobbe un signore con occhiali, che aveva visto altre volte assorto a scrivere su un taccuino. Si avvicinò a lei e le chiese:
«A scuola state studiando gli Egizi?»

Isabella, che era molto estroversa, rispose che la storia le piaceva molto e raccontò del suo gatto chiamato Geb. L’uomo indicò il disegno di una piccola oca.
«Sai cosa significa questo segno?»

Isabella, un po’ imbarazzata, scosse la testa.
«È un’oca. Rappresenta il nome del dio Geb.»

Il signore era uno studioso di geroglifici e un esperto dell’antico Egitto. Vedendola così curiosa e attenta, le regalò un piccolo libro per imparare a leggere e scrivere quei segni misteriosi.

Da quel giorno Isabella iniziò a studiare. La sera si sedeva alla scrivania con quaderno e matita, mentre Geb restava accanto a lei, con la coda arrotolata sulle zampe.

All’inizio Isabella copiava soltanto piccoli segni visti al museo. Poi, piano piano, iniziò a scrivere brevi frasi. Una sera disegnò: *sono felice*. Una persona con le braccia alzate e un piccolo vaso che gli antichi usavano per disegnare il cuore.

Geb cominciò subito a fare le fusa e a strusciarsi delicatamente su Isabella. Lei sorrise. «Ti piace, neh?»

Un’altra sera, invece, era triste e disegnò geroglifici che raccontavano il suo stato d’animo. Geb la guardò in silenzio e iniziò a leccarle la mano, come per consolarla.
«Grazie, Geb» sussurrò lei.

Col passare dei giorni Isabella notò una cosa curiosa: quando scriveva pensieri allegri, il gatto correva per la stanza o inseguiva la propria coda. Quando invece i segni raccontavano malinconia, Geb le rimaneva accanto.

Una sera decise di fare una prova. Sul quaderno tracciò tre geroglifici.
Prima le gambe in movimento per dire “andare”.
Poi un braccio che porge qualcosa per dire “portare”.
Infine la piuma della verità.

Era un piccolo comando: porta una piuma.

Isabella posò la matita. «Vediamo se capisci davvero…» disse piano.

Geb fissò il foglio. Rimase immobile per qualche secondo, trattenendo il respiro insieme a Isabella. Poi scese lentamente dalla scrivania, uscì dalla stanza e sparì nel cortile.

Passarono alcuni minuti. Poi sentì i suoi passi nel corridoio. Il gatto tornò con una piccola piuma grigia tra i denti e la lasciò cadere proprio sul quaderno.

Isabella rimase a bocca aperta. «Non può essere…»

Geb si limitò a sedersi sul cuscino. La fissava con calma, quasi con un sorriso negli occhi.

All’improvviso Isabella ebbe una sensazione strana, come un ricordo lontano: sabbia calda sotto i piedi, sole dorato, il Nilo che scorre lento tra papiri e barche.

Per un momento si guardarono negli occhi, in silenzio. E Isabella ebbe una certezza: sotto il sole dell’antico Egitto erano già stati amici.

Solo che allora… forse era stata lei la gatta. E lui lo scriba.

Post più popolari