G3: GERMANIA 2006
di stefania bambace
GERMANIA 2006
di Stefania BAMBACE
Era un'estate molto calda, quella del 2006, gli effetti del cambiamento climatico stavano facendo le prove già da qualche anno ma l'esordio del Mondiale in Germania fu contraddistinto da temperature particolarmente elevate ed un caldo torrido, allora decisamente insolito per il mese di giugno nell’Europa centrale. Il clima infuocato, tuttavia, non riguardava soltanto l'aspetto meteorologico.
In quei giorni, come in ogni altra città tedesca, anche a Norimberga fiumane di persone si ritrovavano dinanzi ai maxi schermi allestiti all'open-air oltre che nei luoghi consueti di aggregazione (locali spartani o i caratteristici Biergärten) o nelle case tra amici, con lo scopo di seguire le partite della Nazionale tedesca. Un’atmosfera di socialità che mi risultava del tutto nuova nell’introversa Franconia. Un Mondiale di calcio in casa, d’altra parte, è un avvenimento di forte impatto e rilevanza, e non solo per gli appassionati di sport. A dispetto dei termometri bollenti, sia per il clima effettivo che per l'entusiasmo calcistico, inizialmente l'evento non riusciva a scaldarmi.
Il dolore per la morte di mio padre, avvenuta qualche mese prima, non mi consentiva ancora di lasciarmi coinvolgere in distrazioni effimere, che osservavo con una certa indifferenza. Ricordo il fastidio di recarmi al lavoro in una metropolitana sovraffollata, a distanza ravvicinata con ascelle nauseabonde e schiacciata tra magliette appiccicose e mani che tenevano afferrate lattine e bottigliette di bevande di cui volutamente ignoravo il contenuto e che intimamente pregavo di non dover scoprire sui miei vestiti. Erano gruppi diversi di tifosi, di età ed estrazione sociale differenti, ma tutti diretti all'appuntamento con la partita.
La Germania vinceva, continuava a vincere. Klinsmann, CT di quella formazione, stava diventando un eroe nazionale (altro che il Paese dei poeti e dei filosofi!), Beckenbauer, leggendario calciatore del Bayern e della Nazionale (nonché allenatore della Germania vincitrice di Italia 90), quell’anno era il presidente del comitato organizzatore, volto principale e promotore dell'evento, così presente mediaticamente, ma così presente che temevo si aggirasse perfino per casa mia. Anche l'Italia vinceva, nonostante un avvio un po' azzoppato. Consistente nella rosa dei convocati era il gruppo Juve, guidato dal mio allenatore del cuore, Marcello Lippi. Cominciai a guardare le partite dell'Italia in TV. Provavo antipatia per la squadra tedesca, a mio avviso zeppa di calciatori spocchiosi ed arroganti.
Del resto, militavano in gran parte nelle fila del Bayern Monaco, una società ed una regione non propriamente simpaticissime. Si trattava comunque di una squadra molto forte. Di partita in partita, di vittoria in vittoria stavo assistendo ad una vera e propria rivoluzione sociale. Negli anni 90 la Germania non si era ancora liberata da una sorta di collettivo senso di colpa, imputabile alle sue responsabilità storiche e alla devastazione dalla quale, però, era riuscita faticosamente e brillantemente a risollevarsi. Anche dopo la riunificazione e pur detentrice di un prestigio politico ed economico in Europa, di cui era divenuta il motore, la Germania conservava un certo pudore a mostrare orgoglio nazionale. Ciò era evidente non tanto nelle parole della politica, ma negli atteggiamenti della società civile. La fortissima autocritica era una costante nei dibattiti con i miei studenti ed un elemento costitutivo degli ambienti intellettuali. Eppure qualcosa si stava muovendo, quanto meno agli occhi di un'osservatrice esterna. Il primo segnale furono le bandierine color nero rosso e oro che sventolavano da un numero sempre maggiore di automobili.
Una novità assoluta per un popolo che sembrava avere un pessimo rapporto con la propria bandiera. Andando a prendere mia figlia al doposcuola – allora aveva sei anni – notavo una crescita esponenziale di bambini vestiti con la maglietta del calciatore preferito e sempre più bambine con i colori della bandiera dipinti sulle loro faccine candide.
A mano a mano aumentavano le bandiere sui balconi e alle finestre. Sembrava un momento catartico, un sentimento represso per anni che improvvisamente trovava un motivo valido per esplodere, come un vulcano creduto spento. Era la legittimazione dell'orgoglio tedesco. Molto più della caduta del muro che, dopo un'euforia iniziale smisurata, aveva prodotto non poco malcontento e lamentele su entrambi i fronti.
Raggiunto il traguardo della semifinale tutti, tifosi e non, erano ormai convinti che sarebbero diventati campioni del mondo. L'avversario da battere per accedere alla finale era l'Italia. Un incontro che li aveva sempre visti sconfitti. Il giorno fissato era il 4 luglio, una data simbolica per il calcio tedesco, anniversario del loro primo titolo mondiale. Un episodio pochi giorni prima della partita infuocò gli animi: l'Italia, con una prova televisiva, richiese alla FIFA ed ottenne la squalifica di uno dei migliori giocatori tedeschi, colpevole di aver sferrato un pugno ad un avversario nella partita precedente. Fu un affronto. Un attacco bellico. Si sollevò una campagna denigratoria nei confronti dell'Italia e degli italiani, riemersero tutti i peggiori stereotipi sugli italiani vili e furbetti, la stampa popolare, normalmente dedita al gossip, chiamava ad un boicottaggio delle pizzerie. Quel che è peggio, mi ritrovai in spiacevoli discussioni con amici e conoscenti, e perfino con i miei studenti più acculturati. Per la prima volta dal mio trasferimento in Germania avvertii un sentimento di separatezza dalla mia terra di accoglienza ed un profondo attaccamento alla mia identità italiana. Restava un piccolo problema di carattere familiare: mio marito. Pur essendo un sostenitore tiepido, anche lui stava vivendo uno spumeggiante ottimismo verso la vittoria finale, e l'inciampo Italia lo disturbava parecchio. Soprattutto vedendo il mio rinnovato accesissimo tifo. Mia figlia era più interessata ai libri e alle Barbie che al calcio, del tutto indifferente a chi vincesse tra Italia e Germania, ma la sera della semifinale si presentò con una bandierina di carta infilzata in una matita: “Mamma, con tutto quello che dicono a scuola adesso capisco come ti senti sola. Stasera tifo anch'io Italia”. Mi aveva commossa.
È ormai diventato un aneddoto: mio marito guardò la partita in salotto, io in camera da letto. La bambina mandata a dormire. Ognuno soffriva da solo. Un'interminabile partita, una sofferenza crescente in cui entravano rabbia, costernazione, orgoglio, terrore di perdere, senso di rivalsa e per giunta tutto condito con la cronaca televisiva in tedesco! L’incontro febbrile si concluse solo verso la fine del secondo tempo supplementare. Grosso, Del Piero e l'Italia in finale! Mi stava scoppiando il cuore. Mi avvolsi in una grande bandiera tricolore che avevo tenuta nascosta fino a quel momento, mi precipitai sul balcone e lanciai un urlo liberatorio. Pensai a quanto sarebbe stato contento mio papà e istintivamente andai a baciare la sua foto. Poi cominciarono le telefonate fiume con amici e parenti in Italia. Ancora oggi mi sfiora il dubbio di aver rischiato il divorzio, quella sera.
Mentre il clima familiare si distese molto rapidamente, non altrettanto avvenne al di fuori delle mura di casa. Ciò che mi lasciava basita era l'atteggiamento di livore, la rabbia velenosa nei confronti degli italiani che si percepiva in tutti gli ambienti. Perfino alcuni dei miei più affezionati studenti disertarono le lezioni fino a Mondiale terminato. Era molto di più di una delusione calcistica. Quasi l'impossibilità di accettare di essere inferiori a noi, pur in una banale competizione sportiva. Cominciavo a comprendere cosa si celasse dietro tanto rancore. L'amore smisurato verso di noi, l’Italia e tutto ciò che fosse italiano, era basato su una relazione verticale, non paritaria.
Come se ammirassero un panorama meraviglioso dall'alto delle loro vette. Averli battuti (a casa loro, per giunta) significava aver stravolto il loro consolidato immaginario.
La finale contro la Francia, vinta ai rigori, fu un'apoteosi di forti emozioni, lacrime di gioia e canti, e quanto avrei voluto essere quella notte a festeggiare per le strade italiane! Oggi, nella miseria qualitativa in cui è precipitato il calcio italiano, con tre esclusioni consecutive da un torneo mondiale, i ricordi di Germania 2006 sembrano una storia lontana, un sussurro del vento. Come viene ricordata qui, un “Sommermärchen”, una favola d’estate. E com’era calda quell’estate del 2006!
P.S. Credo che ai prossimi Mondiali sosterrò senza indugio la nazionale tedesca, una squadra giovane, un meraviglioso esempio di integrazione e di multiculturalità, come ribadisce orgogliosamente il loro simpaticissimo attuale allenatore.
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