G3: GRADINO REGGINO
di Giuseppe Bambace
GRADINO REGGINO
di Giuseppe Bambace
In dialetto reggino il gradino posizionato all’ingresso dell’abitazione è detto “bizzolu”, termine in uso anche in Sicilia con alcune varianti.
Agli occhi di chi non ha radici in questa parte d’Italia equivale ad un semplice manufatto, una lastra che può essere realizzata con materiali diversi, dalla pietra al granito, persino in marmo per dare lustro all’uscio di casa. L’oggetto descritto in questi termini si può denominare gradino.
Ma le vicende che appartengono a questo lembo di terra risultano molto più articolate di quanto appaiono. Anche le parole e persino gli oggetti non sfuggono a questa condanna. Per spiegare l’essenza di questa atavica dicotomia, mi viene in soccorso il romanzo di Leonardo Sciascia “Una storia semplice”. Il titolo, volutamente provocatorio, introduce una vicenda che, a dispetto della sua apparente linearità, si rivela ambigua e complessa.
Probabilmente questa attitudine a moltiplicare le sfumature di pensiero, ad arricchire il codice di comunicazione con espressioni gestuali è retaggio della storia che queste genti hanno attraversato. Partendo da radici antiche, la loro identità è stata plasmata dal processo di sedimentazione di colonizzazioni, dominazioni ed incursioni di popoli diversi. Ognuno di essi, Greci e romani, arabi e bizantini, normanni e aragonesi ha lasciato la sua eredità.
Il “bizzolu” non sfugge a questa predisposizione genetica. Ad eccezione delle case rurali dove viene impiegato per scopi pratici, come ripiano per far seccare al sole i pomodori, ingrediente fondamentale della tradizione culinaria locale, nei centri abitati svolge una funzione sociale rilevante, rappresenta il confine tra l’ambiente privato del focolare domestico ed il mondo di relazioni esterne.
Ad osservarlo con attenzione, quel semplice scalino rappresenta dal punto di vista concettuale la linea di demarcazione che protegge la riservatezza della famiglia da ingerenze di persone estranee, persino di parenti sgraditi. In caso contrario può simboleggiare il portale per costruire alleanze ed intessere intrecci di mutua convenienza, nelle occasioni speciali il codice di accesso da digitare per promettere e combinare unioni in matrimonio.
Quando nel tardo pomeriggio una fresca brezza prende finalmente il sopravvento sulla calura del giorno, il “bizzolu”, che sia un umile gradino, un muretto o un piccolo sedile, si anima di anziani che chiacchierano per ore con i vicini, rafforzando le relazioni e le gerarchie sociali.
Personalmente il “bizzolu” rappresenta un forte legame con la memoria familiare ed i ricordi d’infanzia delle estati trascorse al paese. Rivedo mia nonna Maria seduta dietro il bancone della sua merceria, sgranare costantemente il rosario tra le dita. Scorgendomi mentre tentavo di sgusciare fuori di casa nell’ora comandata al riposo, mi ammoniva teneramente: “E non ti moviri ru' bizzolu!”.
Anche in età più matura, il "bizzolu" è rimasto un punto di riferimento imprescindibile, dove ci si ritrovava dopo i compiti delle vacanze e si coltivavano amicizie che si rinnovavano ad ogni estate, come se tutto fosse destinato a rimanere immutato.
Bando alla malinconia, preferisco concludere con un aneddoto, ricordando uno scioglilingua che l’istrionico zio Rocco ripeteva a noi nipoti, per testare la nostra abilità nel ripetere l’impossibile sequenza: “Mi struppicaia ‘ndo bizzolu”, letteralmente ho inciampato sullo scalino, esattamente come i nostri inciampi di pronuncia che provocavano le sue prorompenti risate.


