M3: Mancanze
di stefania bambace
MANCANZE
di Stefania BAMBACE
È sbocciata un'orchidea stamattina. Non c'era ieri sera. Mi suggerisce che anche oggi, nel grigiore di questo mattino, trionfa la vita. Mi avvicino al davanzale, lentamente: come potrei incedere in altro modo? Tutto il mio corpo è lento, ormai. Lei mi aspetta, candida, rivolta verso la poca luce che filtra dalla finestra. E mi ritrovo ad un'altra finestra, un altro davanzale, un'altra orchidea tra le tante che curavi.
Era il tuo fiore preferito, l'orchidea. Mi sono appropriata della tua preferenza. Amare tutto ciò che amavi è il mio modo di tenerti ancora accanto a me. Invece è una menzogna ma me la voglio raccontare ugualmente. La realtà è in questa grande stanza, non in quel salotto dei miei ricordi. E qui tu manchi. Mi manchi. Torno a sedermi cercando con la forza del desiderio la sensazione della mia testa affondata nel tuo abbraccio. La calda corpulenza che conteneva tutto quello che non avevamo bisogno di dirci. Sento sotto le dita quel singolare rigonfiamento dello sterno che ti caratterizzava e che la cicatrice di una delicata operazione al cuore aveva modificato rispetto ai miei ricordi di infanzia e di gioventù. Ho paura di sfiorare l'orchidea, appena nata.
Mia figlia era appena nata, quando vidi la cicatrice per la prima volta. Quel taglio, già allora, era il segno della tua coraggiosa resistenza, della nostra resistenza. La tua lotta per restare in vita, la mia lotta per donare una vita. Mi eri mancata tanto, anche se non te l'ho mai detto. Però in quella doppia attesa eravamo rinate anche noi, era nato un nuovo noi.
È la mancanza più dolorosa. La tua perdita è anche una frattura nella mia identità. Non ho perso solo te, ma la parte di me che esisteva in relazione con te. Una versione di me è andata via quando sei andata via tu. L'orchidea dalla veste bianca mi acceca, per questo sto piangendo.
Il bianco mi riporta al bianco della nostra cucina, grande, accogliente, l'ambiente che più abbiamo vissuto. Era così pieno della tua voce, della tua risata fragorosa e argentina, inevitabilmente contagiosa, che usciva da due labbra che sembravano dipinte, e pieno delle tue mani perennemente indaffarate e fino all'ultimo curatissime, a differenza delle mie, nodose e screpolate, di cui tanto ti lamentavi.
La cucina, intrisa dei profumi che solo i tuoi piatti succulenti potevano diffondere, era il luogo della nostra complicità, dei racconti interminabili, dei resoconti confidenziali, quasi le nostre telefonate quotidiane non fossero mai state abbastanza. Degli improvvisi "Cosaaa, è mezzanotte e venti?" quando avremmo continuato ancora.
I tuoi rimproveri, i miei rimproveri che entrambe mal sopportavamo, coloravano puntualmente le nostre conversazioni. Battibeccare senza timore di incrinature nella relazione era un privilegio che potevamo permetterci. Irripetibile. Esclusivo.
E poi la cucina era il luogo delle grandi riunioni familiari, che tu, come un magistrale direttore d’orchestra, tenevi insieme in un armonioso concerto di strumenti diversi. Avrei dovuto fermare sulla carta i ricordi tuoi diventati miei. Ricordi ricordati.
È una mancanza che toglie il respiro, ogni volta che una pagina di letteratura resta orfana del nostro entusiasmo condiviso.
L'orchidea è bianca. Manca il nero. Quanto bianconero abbiamo tifato insieme. E se oggi continuo ad emozionarmi per una Juve che non è più la nostra è anche per la tua passione incompetente ma accalorata che mi sento addosso ad ogni partita.
Fatico ad aprire un’anta del mio armadio, là dove si espande ancora il tuo profumo preferito.
Lo annuso ed in un attimo siamo insieme in un qualche giorno di festa, e rivedo la tua immancabile eleganza mai venuta meno anche in tarda età. Quell'unica tua giacca rimastami è appesa lì a ricordarmelo.
Mi manca il tuo essere nonna. Mi manca la parola nonna Maria sulla bocca dei miei bambini, che bambini non sono più. Mi manca il tuo essere bambina, un'anziana bambina giocosa e simpatica. Una signora con stile. Una interventista irrefrenabile ma quanto mi manca il conforto che solo tu sapevi darmi. Che fatica tornare nei luoghi che hai abitato, sapendo che non ci sei ad aspettarmi! Quanta mancanza… Avrei voluto dirti ancora tante cose ma non ne ho avuto il tempo. Non basta mai, il tempo. Provo un silenzio nel cuore che ha l'amaro della solitudine.
Ora non giro più attorno alla tua bella figura statuaria, tra la tensione di affermarmi diversa da te e l'anelito di diventare come te. Per un po' ho girato a vuoto, attorno ad una mancanza che non sapevo riempire. Oggi ti direi che Seneca scriveva che non è segno di forza non provare dolore, ma è segno di saggezza non esserne distrutti. Come commenteresti?
E Epitteto ricordava che ciò che amiamo non ci appartiene: ci viene dato in custodia e prima o poi viene restituito. Lo so che non saresti d'accordo, lo sento il tuo tono di obiezione. Anch'io ho avuto bisogno di tempo, di tante lacrime sulla tua lapide prima di sentire che dovevo lasciarti andare perché la mancanza non mi soffocasse. Non ho superato la mancanza, ho tentato di trasformarla. Non posso ascoltarti ma continuo a parlarti.
È proprio bella la mia orchidea. La vita ha sempre l'ultima parola. Prima o poi torneremo a ridere insieme, ne sono certa, ma nel frattempo mi manchi tanto, mamma.


