M3: Musica
di giuseppe bambace
Musica
di Giuseppe Bambace
Nel 1965 vivevo l’infanzia spensierata nella mia cara Vercelli; spesso il giradischi era il protagonista dei miei pomeriggi insieme a mio fratello, quando nella nostra cameretta risuonavano le melodie dello Zecchino d’Oro, che in quell’anno proclamò canzone vincitrice “Dagli una Spinta”.
Mai titolo fu più profetico, la musica è tuttora la pulsione prorompente della mia vita, colonna sonora dei momenti catartici nei passaggi di età. Dalle fiabe musicali di Ciccobotto e dalle canzonette di Remo Germani ascoltate sul mangiadischi installato sulla 600 di mamma, ai primi 45 giri acquistati all’età di 11 anni Jingo dei Santana e I’m a man dei Chicago, su suggerimento del mio amico vercellese Ernesto Gasparro.
In rapida evoluzione seguirono le ore trascorse con 4 amici a suonare in garage i successi del momento, la passione per le percussioni che accendeva discussioni con papà sul volume delle mie scelte musicali, dagli inni urlati negli slanci idealisti dei cortei, alla scoperta del “prog rock” durante i soggiorni studio in Inghilterra, quando marinavo le lezioni per rifugiarmi nei negozi di dischi. Condividevo coi miei amici le ultime novità internazionali non ancora in vendita in Italia, che risuonavano sul mio stereo hi-fi acquistato dopo scrupolosa scelta di tutti i componenti nelle sale di prova di My Music in Piazza Carducci.
Vivevamo una dimensione senza tempo, emozione che mi fa vibrare ancora oggi, ogni qualvolta tolgo un LP dalla custodia, lo spolvero con la spazzolina morbida e abbasso la puntina di diamante Shure sul disco che ruota sul piatto Technics a controllo stroboscopico di velocità, tuttora perfettamente funzionante dopo attenta revisione, unitamente all’amplificatore Kenwood, lucido di leve e manopole cromate.
In ambito familiare, ricordo il prezioso compromesso raggiunto con papà per ascoltare alternativamente la musica preferita di ognuno durante gli interminabili viaggi verso il paese di Saint Oyen, nella valle del Gran San Bernardo. Così, per la rassegnazione dei miei fratelli Paolo e Stefania, le sonorità degli Yes seguivano ai canti di montagna del coro della SAT. Pochi anni dopo l’avvento della radio combinata col mangiacassette estraibile, l’auto assicurava una colonna sonora dedicata per ogni gita con gli amici.
Nel mio percorso di formazione musicale è scolpito nel cuore il mio primo concerto al Palasport nel 1975, raggiunto a piedi da Santa Rita insieme a due amici, dove i Genesis avevano richiamato una folla impressionante per assistere al loro esordio in Italia, in cui presentavano l’album *The Lamb Lies Down on Broadway*, ultima esibizione del cantante solista Peter Gabriel che avrebbe lasciato il gruppo al termine del tour. Conservo gelosamente il biglietto tra i miei effetti più cari.
Gli anni ’70 viaggiavano vorticosamente, nel ‘76 diventavano realtà le radio libere, al cui fascino non potevo sottrarmi. Ricordo ancora l’emozione della soffitta di Piazza Statuto, dove conducevo un programma serale: due piatti, un mixer e un’ispirazione libertaria, che si esprimeva con un linguaggio fresco e directo, in contrapposizione alla comunicazione ingessata imposta dai canoni RAI. Avevo scelto il brano *Breezin'* del chitarrista jazz George Benson come sigla iniziale.
Gli ideali di pace universale e di contrapposizione alle convenzioni della classe borghese si sono spente alla fine del decennio, la musica dei lustri successivi ha raddoppiato il numero di battute al minuto e introdotto l’elettronica ed altri strumenti di supporto per compensare i limiti canori degli interpreti e la loro scarsa conoscenza degli spartiti, difatti i successi di questi anni hanno avuto la stessa durata di uno spot pubblicitario e non hanno lasciato tracce nel panorama musicale. Pur rimanendo aperto alle novità che meritano attenzione, questi confini mi hanno condotto ad arricchire la mia colonna sonora di jazz melodico, blues e classica.
In realtà di musica freme l’intero universo creato e non solo nella stagione degli amori, anche se l’essere umano civilizzato con la solita arroganza se ne considera l’interprete esclusivo. Forse perché per cogliere l’armonia del mondo animale e botanico occorre l’umiltà di ascoltare, con mente libera e attenzione sognante. Infatti i popoli che vivono in armonia con la natura, i boscimani della boscaglia africana, gli aborigeni australiani, le tribù amazzoniche riescono a sentire persino il canto della terra.
La ricompensa è quella di beneficiare di un potente antidoto al silenzio che s’insinua viscido nelle abitudini quotidiane, energia consolatrice dei naufraghi del tempo che riescono a dilatarne lo scorrere inesorabile, persino rubarne momenti che fissano nella memoria. Ma è anche grimaldello che apre, in un movimento dissonante a ritroso ed in avanti nel tempo, pulsioni di amore, nostalgia, speranza, luce che riaccende i ricordi che si erano nascosti nelle anse della memoria. Caleidoscopio delle passioni umane, che illumina di bellezza, armonia ed incanto. La musica dona un piacere fisico, come il bacio del sole sul viso, un abbraccio caloroso ed il vento che scuote il cuore. Idea pura che si esprime con un linguaggio universale e che eleva lo spirito all’intuizione travolgente dell’immortalità.
A questo proposito vale la pena ricordare l’autorevole pensiero del filosofo Platone: “La musica dà anima all’universo, ali al pensiero, slancio all’immaginazione, fascino alla tristezza, impulso alla gioia e vita a tutte le cose. Essa è l’essenza dell’ordine, ed eleva ciò che è buono, giusto e bello, di cui è la forma invisibile ma tuttavia splendente, appassionata ed eterna”.
Mi ritengo fortunato di aver vissuto la prima maturità forse nel decennio più innovativo e creativo delle espressioni musicali, che tuttora resistono agli inciampi del tempo. La degna sintesi di questa magia è espressa nei versi di una sincera ed appassionata canzone di John Miles incisa nel 1976: “La musica è stato il mio primo amore e sarà l’ultimo, vivere senza la mia musica…”.


