N3: NANPING

di Giuseppe Bambace

NANPING
di Giuseppe Bambace

Era l’estate del 1995, lasciavo la città siberiana di Sajanogorsk sotto una nevicata copiosa, mentre il vento sferzava trasversalmente la strada verso l’aeroporto di Abakan, disegnando un paesaggio che richiamava l’atmosfera del film “Il Dottor Zivago”.

Una settimana dopo mi fu assegnata la direzione di due cantieri in PRC, uno dei quali era dislocato nella prefettura di Nanping, nella provincia di Fujian, affacciata sullo stretto di Formosa. Lungo la rotta di atterraggio nella capitale Fuzhou ero rapito dalla successione di colline a forma di cupola, ammantate di rigogliosa vegetazione, che faceva capolino nella foschia di calore tropicale.

Una volta uscito dal terminal, l’aria quasi solida costringeva i polmoni ad un respiro più profondo e l’umidità incollava i vestiti al corpo. Nulla al confronto con l’emozione di cui trasudavo intimamente, ero finalmente approdato nel Paese che titillava da sempre la mia curiosità intellettuale, patria di Confucio, della medicina alternativa, del Qi Gong, Tai Chi e di numerose altre discipline votate all’armonia interiore.

In realtà non sapevo cosa attendersi da questa provincia, immaginavo che la sua gente abituata da secoli ai traffici commerciali con altri popoli fosse più incline alla socializzazione, rispetto a quella conservatrice del Sichuan, dove vivevo la maggior parte del tempo della mia trasferta cinese. Avevo letto che il Fujian era stato nominato dal governo centrale zona economica speciale, in pratica una sorte di porto franco, e che per questo sigillo riceveva investimenti massicci per incoraggiare il suo sviluppo commerciale.

Scelta forse dettata dalla sua posizione geografica, separata da Taiwan solamente da uno stretto braccio di mare, ma divisa dallo spazio siderale di ideologie contrapposte. Taiwan, l’isola che per l’ortodossia maoista rappresenta ancora il rifugio dell’odiato generale della fazione nazionalista Chiang Kai-Shek sconfitto dall’esercito comunista di Mao Ze Dong al termine della sanguinosa guerra civile cinese.

Forse proprio per la sua vicinanza all’isola eretica, caduta sotto l’influenza delle potenze occidentali, la regione è stata selezionata per inaugurare la sperimentazione della politica di apertura alla privatizzazione ed al mercato libero, sotto la spinta riformatrice del leader Jiang Zemin, salito ai vertici del potere del PCC all’indomani dei tragici eventi di Piazza Tienanmen del 1989, poi eletto presidente del Paese nel 1993, che di lì a pochi anni avrebbe spazzato non solo il credo maoista, ma anche molti totem della tradizione comunista.

La prima impressione durante la sosta in hotel nella capitale, prima di proseguire il viaggio il giorno successivo, fu che il processo di riforma era ormai in fase molto avanzata, con forte deriva capitalistica ma carico di tinte accese di pragmatismo cinese. L’hotel ne era un esempio emblematico, col suo pullulare di inservienti che mantenevano tutti i servizi attivi ventiquattro ore su ventiquattro, organizzati con regole e tempi a cui nessun lavoratore poteva sottrarsi, pena sanzioni disciplinari. Dal check-in alla sala slot, dai ristoranti alla spa con vasche a varie temperature e sale massaggi, palestra. Tutti gli ambienti erano illuminati da uno sfavillio di luci colorate un po’ kitsch. Perfino la prostituzione mascherata nella maggior parte del Paese, era elevata al rango di intrattenimento, coordinato da impiegate in impeccabile livrea e cartelletta contenente il registro delle prenotazioni, le quali accompagnavano le ragazze agghindate all’occidentale ai loro appuntamenti.

La mattina seguente, seduto su comode poltrone del treno espresso che si arrampicava nell’entroterra lungo le gole scavate dal fiume Min per circa 200 km attraverso la catena montuosa di Wuyi, osservavo estasiato dall’ampio finestrino il paesaggio ricoperto di foreste lussureggianti, alternato a terrazzamenti scoscesi dove veniva coltivata la pregiata qualità di tè Oolong, letteralmente “drago scuro”, per via della forma delle foglie scure, allungate e arricciate. Nanping è apparsa dopo 2 ore e mezzo di pigra salita lungo la valle, distesa in un’ampia radura a circa 800 m di altitudine, circondata da ripide colline alla confluenza di due fiumi.

Il primo colpo d’occhio sulla città ha subito rivelato la pulsione verso un mutamento epocale, da insediamento dalla storia millenaria, con le residenze storiche testimoni dell’egemonia delle dinastie Ming e Qing, a protagonista dell’imperioso sviluppo del XX secolo, con grattacieli allineati lungo le sponde dei fiumi.

L’incontro col cliente si è rivelato subito cordiale, permeato da senso di accoglienza, ben oltre le nostre aspettative. A differenza della provincia del Sichuan, dove eravamo apostrofati con il nomignolo laowai, gli stranieri in senso spregiativo, a Nanping riceviamo il benvenuto in inglese, misto di curiosità e denso di voglia di comunicare. Una mattina incrociando una scolaresca elementare in gita in città, persino i bambini ci hanno salutato con un “Hello” gioioso di sorrisi innocenti e manine svolazzanti.

Ma l’esperienza di cui conservo il ricordo più toccante è stato l’invito a cena ricevuto dall’ingegnere capo della fabbrica a casa propria, in occasione del capodanno cinese. Evento più unico che raro rivolto ad uno straniero, tanto più in una festa di grande rilevanza, solitamente vissuta nell’intimità familiare. L’ambiente modesto, con pavimento in terra battuta e arredamento essenziale sprigionava una grande dignità. Al centro della stanza d’ingresso era stata imbandita la tavola per noi ospiti d’onore, con alcuni dei piatti più ricercati della tradizione culinaria locale. Tra le numerose portate, ricordo brodo di tartaruga, trancio di serpente alla piastra, zampe di gallina stufate insieme con altre frattaglie.

Ovviamente il progetto ha vissuto alterne fortune, ma si è giunti alla conclusione con la classica cerimonia inaugurale condita di discorsi diplomatici sulla cooperazione per ricercare i temi comuni, anziché stigmatizzare le differenze. Ma al di là delle frasi di circostanza, si era effettivamente instaurato un leale rapporto di stima reciproca. Persino il confronto con le autorità di polizia politica si è svolto senza collisioni. L’interprete supplementare, estranea alle maestranze della fabbrica, che ci avevano cucito addosso aveva probabilmente il compito di fare rapporto quotidiano ai superiori sul nostro comportamento. Fu in occasione di un evento imprevisto, che ci guadagnammo la sua stima.

Impossibilitati a tornare in Sichuan a causa di un tifone tropicale che infuriava da giorni, le offrimmo la soluzione di spostarci via terra nella città di Xiamen 250 km a sud, per uscire dall’area interessata dal tifone e prendere il volo da quella località. Per lei ciò rappresentava un modo agevole di assolvere il suo compito di sorveglianza fino alla nostra partenza; per noi l’occasione di trasformare un contrattempo nell’opportunità di visitare anche questa città storica del Fujian, con le sue case coloniali dell’epoca di influenza britannica, anteriori allo scoppio delle guerre dell’oppio, i giardini fioriti affacciati sul lungomare, il Tempio Nanputuo, uno dei più belli e densi di spiritualità che abbia visitato tra Cina, Corea e Giappone.

Conquistata la loro fiducia, dopo la firma di accettazione dell’impianto ci siamo meritati un’incantevole giornata in battello lungo le anse del fiume Min, una dolce immersione nella natura, lontano dalla frenesia dell’affollata città. Lungo le rive placide abbiamo sostato nei villaggi, dove fiorivano le botteghe artigiane di lavorazione del legno, carta laccata, manufatti di ceramica e pittura su vetro. L’unico inconveniente fu che l’esplorazione dell’artigianato locale contribuì notevolmente ad aumentare il volume dei bagagli da rispedire in Italia.

Oggi leggo che anche Nanping, come altre città del Fujian ha conosciuto un processo inarrestabile di inurbamento e di modernizzazione forzata, che l’ha trasformata in una metropoli di quasi tre milioni di abitanti; l’osservatorio economico afferma che le imprese stanno conoscendo uno sviluppo imperioso grazie alle industrie del legname, carta, del settore chimico, recentemente del turismo, migliorando notevolmente il reddito pro capite della emergente classe media.

Tuttavia ascolto anche le notizie che denunciano le mire egemoniche della PRC su Taiwan, considerata parte integrante della madrepatria, alla stessa stregua di Macao e Hong Kong, pretesto per fagocitare le industrie di produzione di microchip, secondo il concetto più brutale di liberismo occidentale. Per mostrare la sua potenza, Pechino dispiega la flotta militare di stanza proprio nel Fujian, per effettuare esercitazioni nello stretto.

Quindi spengo la televisione e rimango con le mie cartoline di ricordi, che ritraggono il saluto sorridente dei bambini di Nanping, il film degli avvenimenti quotidiani condivisi con le persone comuni, le bellezze naturali e le splendide vestigia della spiritualità buddista.

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