B - BUIO
di Stefania BAMBACE.
Di Stefania Bambace
Si è fatto buio sulla Terra. Un'oscurità minacciosa, che chiama paura, incertezza, ignoranza. Un buio che offende, confonde, indigna ed anestetizza al tempo stesso. Sei d'accordo?
Mi chiamo Eva, ho diciassette anni. O forse ventisette. A volte cinquantasette. Non so, dipende dalle circostanze… Sono una ragazzina solare, o forse lo ero, ma l'oscurità circostante mi ha spenta. Non vedo più i miei passi, non ci sono stelle a rischiarare l'orizzonte. Solo buio. La mia adolescenza è sprofondata in una caverna angusta ed oscura in cui sono precipitata sul finire della mia bella infanzia. L'adolescenza è rimasta seppellita laggiù. Ora, nel buio che mi avvolge, mi sento persa.
«Oh scusami, ti prego, ti sembrerò un po' matta e sicuramente molto invadente ad aprirmi con tutta questa confidenza… Sai, non si fanno quasi mai incontri rassicuranti su un treno ma ho visto che stavi leggendo un gran bel libro e… non so… ti prego, scusami, continua pure, ho interrotto la tua lettura».
Il giovane chiude il romanzo e sorride: «No, tranquilla, mi fa molto piacere ascoltarti. Io sono Davide. Sto studiando per entrare in seminario ma a volte ho bisogno di evasione nei grandi classici della letteratura, capisci?».
«Sì certo, anzi, no, non proprio… le scelte radicali mi fanno paura».
Davide accenna una risata: «Non è mai coraggio se non hai paura. Anch'io ho vissuto notti molto buie, inquietanti, prive di un orizzonte di senso. Ora, all'alba dei trent'anni, credo di aver trovato una risposta, mi sembra di vederci di nuovo chiaro».
Eva si morde il labbro, in una smorfia infantile: «Vorrei tanto chiederti come hai fatto. Dopo la notte oscura dell'adolescenza ora mi sento derubata anche del futuro. È buio pesto. Dentro e fuori di me».
«Di cosa hai paura, Eva? Ho la sensazione che tu abbia un gran bisogno di verbalizzare il tuo buio. Di me puoi fidarti, se vuoi».
«Tu mi hai ispirato fiducia, una sensazione che avevo dimenticato. Spero di non annoiarti, Davide».
«In questo momento il tuo racconto mi interessa molto di più delle mie letture, Eva».
«Sai, sei la prima persona a cui lo confesso apertamente. Sono stata bullizzata a scuola. Di quegli anni ricordo solo la paura, l'inadeguatezza, la solitudine. Non ero allineata, capisci? Non mi importava competere per essere la migliore. Non rispondevo ai canoni di ragazza al passo con i tempi. Il mio aspetto così come la mia interiorità erano oggetto di ilarità e vessazioni. Anche le mie origini venivano ridicolizzate. Ho sofferto di disturbi alimentari. Tutto nell'ombra.
Ora che sono fuori da quella caverna trovo un mondo diverso da quello che mi hanno raccontato. Mi sento forte ma non basta. Non ho la bussola per questo mondo che è una scheggia impazzita. Governato da esseri mostruosi. Un mondo di tenebre. Oltre al buio c'è silenzio. Dove vado? E con chi?».
«Non hai un'amica, Eva? O un ragazzo?».
Eva si incupisce: «Amiche? Sì, qualcuna. Ancora più confuse di me, se possibile. E a proposito di confusione, i ragazzi della mia generazione affondano nelle loro fragilità. Non sanno gestire una relazione sana. Schiavi di un rigido codice maschile che hanno ereditato non si sa più da chi, oppure sottomessi inconsapevolmente da antiche arti subdole».
«Ora capisco perché dicevi che a volte hai ventisette anni…».
«Davvero tu ci vedi, Davide? Non sei terrorizzato? Il fiume del male ha rotto gli argini e ci sta travolgendo. Perfino la Natura violentata grica la sua vendetta. Che ci faccio qui? A me piaceva studiare, ho un'inclinazione artistica ma è un orpello inutile, non è richiesto».
«E la tua famiglia, Eva?».
«Mia madre è malata. Ha il suo buio personale. È un vulcano spento, con indecifrabili movimenti tellurici sotto la faglia. Credo che non abbia mai smesso di cercare la luce, nonostante le apparenze. Ma il buio è calato su tutta la casa».
«Io conosco la paura ed anche il terrore, cara Eva. Ne ho fatto esperienza. E ho smesso di parlarne. Ti racconterò invece un piccolo episodio che mi ha rivelato una grande verità.
Ad una mostra su Caravaggio, tempo fa, mi sono soffermato ad osservare con attenzione i giochi di luce e di ombra presenti in tutti i suoi quadri. Ebbene, ho compreso d'un tratto come tutto quel buio sulla tela fosse strumentale alla luce. Ed ho concluso che tenere fissi gli occhi solo sul buio acceca. Insistendo a fissare solo il buio finiamo con il riempircene anche noi. Il male fa rumore, l'oscurità è potente, a volte seduttiva. Il bene sussurra, la luce è soave ma se sposti lo sguardo la vedi brillare proprio perché immersa nel buio. Sta a te darle un nome: speranza? fiducia? lotta? Per me è Fede, ma ciascuno di noi può aggrapparsi a quel bagliore e riempirlo di senso.
Alba e tramonto, in fondo, hanno gli stessi colori. Forse la notte che succede al tramonto è il preludio di una luce molto più bella di un giorno nuovo».
Eva tace, riflette. Guarda fuori dal finestrino il sole che sta tramontando e per un attimo chiude gli occhi, quasi volendo lasciarsi sorprendere da un fascio di luce nel riaprirli.
È stato un attimo? O forse di più? Davide non c'è. È sparito lui, la sua giacca, il suo libro…
«Ma come, senza una parola?». Eva si chiede se ha sognato tutto, ma è certa di no. Chi era mai quel giovane verso cui si era spinta a confidenze così personali? Era davvero un seminarista?
Sul pavimento, davanti al sedile vuoto, Eva scorge una cartolina. La raccoglie. È La Vocazione di San Matteo di Caravaggio. L'epifania di una conversione.
Per la prima volta dopo tanto tempo, pur su un'illustrazione, Eva si sofferma a guardare un fascio di luce. E sorride.


