G: Una Grigia Giornata di Pioggia

di mara biglia.

 


UNA GRIGIA GIORNATA DI PIOGGIA

(Luglio 1933)
Piero sta seduto, imbronciato, sullo sgabello vicino alla porta finestra, quella che dà sul ballatoio della casa di ringhiera; guarda sconsolato quella coltre di pioggia scura e pensa che non finirà più. Quella pioggia che sta cadendo “a verse” da giorni, così fitta che non sai più se è giorno o notte, tanto è tutto grigio.
Quella pioggia che obbliga papà a lavorare anche oggi, che è domenica, perché gli ha spiegato che deve pulire i tombini, altrimenti la città si allaga. Quella pioggia che gli nega anche il piacere di stare sul balcone, a guardare gli altri ragazzi giocare a pallone nel cortile. È stufo e annoiato, anche i suoi fratelli sono fuori, lo hanno lasciato a casa: è il più piccolo, ha solo 4 anni, difficilmente se lo portano dietro.
Non sa che fare, quando dietro il vetro della porta finestra si profila la sagoma di un uomo che regge un fagotto, che comincia a bussare.
«Gigia, Gigia, aprimi. Aprimi che piove» dice tutto affannato.
La mamma corre ad aprire, l’uomo entra e le consegna il pacco che tiene sulle braccia.
«Lino, ma cosa ci fai qui? E questo, cos'è questo fagotto?».
Il giovane uomo è ansimante, sembra turbato. «È una bambina, la figlia di Giovanna, è nata 2 ore fa» sbotta, è bianco come un cencio.
«La figlia di Giovanna? Ma non è possibile. Non era mica incinta». Gigia è stupefatta, continua a guardare la piccola che dorme tranquilla.
«Non lo sapeva, non ne avevamo la minima idea. Era ingrassata, lo sai, ma pensavamo che fossero tutte le vitamine che prende, adesso che si deve ristabilire, dopo l'operazione. Oggi eravamo da sua mamma, dopo pranzo stava riposando quando sono cominciati i dolori, e poi ha partorito». Si china a guardare la piccola, come se la vedesse davvero per la prima volta. Si volta e dice commosso: «Guarda com'è bella!».
«E adesso cosa pensate di fare?».
«Abbiamo pensato di portarla qui, per il momento. Almeno finché Giovanna non starà meglio, lo sai, tua sorella non può guardarle, ha il negozio. Tienila tu, finché non abbiamo le idee più chiare, poi dobbiamo sposarci in fretta, lo sai com'è fatta la gente! Ecco ti lascio qualche soldo, compra tutto il necessario, poi vedremo».
La piccola comincia a piangere e Gigia la culla dolcemente, è molto brava con i bambini, la chiamano sempre quando c’è un piccolo da vegliare.
Mentre la mamma continua a parlare con Lino, il piccolo Piero si avvicina a quel fagotto, curioso, per conoscere quella piccola intrusa, ma scorge solo un po’ di capelli neri.
«Come si chiama?» chiede a Lino.
«Non lo abbiamo ancora deciso, e tu, come vorresti chiamarla?».
Piero rimane in silenzio per qualche minuto, poi si ricorda di una canzonetta che continua a sentire alla radio: «Potremmo chiamarla Marlene?».
«Vedremo, ne parlerò con Giovanna».
Ma il piccolo non lo ascolta più, sempre più imbronciato, anzi si sta proprio arrabbiando. “Ci mancava anche questa qui!” pensa, cupo. “E adesso come facciamo? Dobbiamo darle da mangiare. Non abbiamo abbastanza soldi per questa qui. Mangiamo bene solo il venerdì, quando mamma va al mercato ad aiutare la signora Lina, che vende il pesce, e le regala quello che non ha venduto, gli altri giorni solo pane e minestra. Chissà se le piace il pesce? Magari no, così ne resta anche per me”.
Non è convinto, guarda fuori il cielo che continua a versare tanta acqua, senza tregua, scuote la testa mentre pensa: “Maledetta pioggia, porta solo brutte cose, e adesso anche una bambina!”.
Piero non poteva saperlo, ma Marlene sarebbe cresciuta con lui, e fu l'inizio di un amore che durò tutta la vita.

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