K: KRASNODAR

di giuseppe bambace.

KRASNODAR
di Giuseppe Bambace

Data: 12-03-2026
Attraversai la cortina di ferro per la prima volta nell’ottobre 1989, destinazione il paese di Timashevsk nella regione di Krasnodar, ultimo avamposto meridionale della Russia, prima di affrontare le alture del Caucaso ed il confine tumultuoso con la Georgia.
Il visto d’ingresso aveva le dimensioni di un’agendina tascabile, corredato di fotografia di riconoscimento rigorosamente in bianco nero. La porta d’ingresso era inevitabilmente l’aeroporto Sheremetjevo-2 di Mosca, avvolto in un’atmosfera di penombra quasi lugubre, dove militari dallo sguardo impenetrabile addetti al controllo di passaporti e visti costringevano i passeggeri ad attese estenuanti.
L’hotel prenotato apparteneva alla catena statale Intourist, riservato esclusivamente agli stranieri. In attesa della coincidenza aerea prevista il mattino successivo, la notte gelida di Mosca mi regalò l’incanto della visita alla Piazza Rossa, che per l’occasione aveva indossato il più sfavillante dei suoi mantelli invernali. Immerso nell’estasi di fronte a tanta bellezza, non avrei mai presagito che di lì a poco sarei stato testimone di eventi di portata storica, che avrebbero cambiato per sempre il corso di quel Paese e le relazioni con l’Europa. Ignara del suo destino, la bandiera rossa con falce e martello garriva sul pennone più alto del Cremlino ed io mi accingevo ad un tour esplorativo del cantiere dove mi sarei trasferito l’anno seguente fino a fine lavori previsti nell’estate 1991.
I voli diretti a sud partivano dall’aeroporto Vnukovo, raggiungibile in 40 minuti circa dal centro, attraversando begli scorci sulla via Arbat, le cupole dorate del monastero di Novodevicji ed il corso lento della Moscova intrappolata nel ghiaccio. Giunti in aeroporto noi stranieri venivamo radunati in una sala d’attesa riservata, arredata in modo spartano. Una volta raggiunta la pista a piedi, eravamo indirizzati alla scaletta di accesso per primi, tra due file di persone infreddolite, dallo sguardo carico di risentimento.
Il Tupolev TU-154 era l’aeromobile in servizio sulla rotta per Krasnodar. Nonostante la sua grande capacità di carico in stiva, venivano stipati in cabina grossi pneumatici di mezzi agricoli, gabbie con vivaci animali da cortile, sacchi di patate, casse di legno, accatastate negli spazi riservati alle uscite di sicurezza. Due ore e mezzo di volo vissute con sottile inquietudine per raggiungere la sconfinata pianura di terra grassa, modellata dal fiume Kubanj, sede prescelta dal governo centrale per la costruzione di uno stabilimento di 45 mila m², per la produzione di imballaggi per alimenti e incarti latte UHT.
L’insediamento industriale ha preso vita con l’impiego di thousands di persone attirate dalla promessa di salari molto superiori a quelli che era possibile ottenere nella Russia delle metropoli. In realtà nel corso del progetto la Direzione era spesso indietro col pagamento degli stipendi, il che provocava i cosiddetti scioperi bianchi per rivendicazioni salariali, che si svolgevano secondo la logica: «Loro fingono di pagarci, noi fingiamo di lavorare».
In breve tempo il paese è cresciuto a dismisura; oltre ai tipici parallelepipedi anonimi in stile sovietico costruiti con finiture approssimative – scale con gradini irregolari, rivestimenti esterni sbrecciati, infissi non in quadro – è stato edificato un intero quartiere di villette di pregio per i futuri dirigenti ed un albergo dal nome evocativo Druzhba (amicizia), che presto sarebbe diventato il luogo d’incontro privilegiato dei fine settimana, dove si celebravano banchetti accompagnati da musica dal vivo, ma che dopo abbondante consumo di vodka si trasformava in luogo di scontro tra i residenti ed i numerosi georgiani che pernottavano lì, sulla rotta dei loro traffici commerciali in territorio russo.
Quando tornai a Timashevsk nell’autunno del 1990 per assumere la direzione del cantiere, il contesto sociale e politico internazionale era già notevolmente mutato. Oltre al muro di Berlino ed all’assalto dei berlinesi all’archivio della STASI, erano caduti molti altri tabù nell’universo dei regimi socialisti europei. Il capo di stato e segretario del PCUS Michail Gorbacev cercava di riformare l’Unione secondo i principi di glasnost e perestroika, contro l’apparato burocratico corrotto e inefficiente, ostile ai cambiamenti del sistema.
Mentre a Mosca si teorizzava, la nostra reality quotidiana vedeva gli scaffali dei pochi esercizi commerciali desolatamente vuoti, tanto che con la loro proverbiale autoironia i russi solevano dire che non soffrivano di penuria di soldi, perché non c’era nulla da acquistare. Di conseguenza a inizio 1991 i 14 bagagli imbarcati per il cantiere dalla nostra squadra di 12 tecnici contenevano stoviglie, attrezzature da cucina e set di lenzuola e asciugamani, grucce per abiti, lampadine, carta igienica e quant’altro servisse per i bisogni quotidiani.
I generi di prima necessità erano razionati, fioriva il mercato nero, a cui anche noi eravamo costretti a ricorrere per integrare dalla porta dei retrobottega la dieta imposta dai coupon e fare il pieno di benzina in stazioni di servizio periferiche. Non mancavano episodi degni di una rappresentazione kafkiana. Ricordo donne che alle prime luci dell’alba raggiungevano in fila l’unico emporio del paese, perché si era sparsa voce della remota possibilità che in giornata sarebbe arrivato un carico di merci di genere non definito. Per integrare il fabbisogno alimentare, la maggior parte degli abitanti usava la propria modesta dacha (casa di campagna) fuori paese, dove coltivava l'orto per le provviste quotidiane e preparava le conserve di verdure in salamoia per l’inverno.
In questo contesto il lavoro risultava molto impegnativo, ma abbiamo goduto di alcuni momenti di spensieratezza durante le gite organizzate dall’Intourist locale in occasione di festività nazionali. La più significativa è stata in una Sochi ancora incontaminata dal turismo di massa, che per il clima mite del Mar Nero era la località ideale per aprire i sanatori, alberghi riservati ai lavoratori di ciascun settore industriale, che potevano beneficiare di alcune settimane di riposo. Noi, alloggiati nell’immancabile hotel Intourist nel mese di marzo, abbiamo sperimentato il bagno di acqua termale fumante nella piscina all’aperto, mentre il prato intorno era ricoperto da un manto di neve fresca.
Il viaggio si concluse con la visita delle località più rinomate sulle pendici del Caucaso; ricordo il commiato da Piatigorsk con una forte scossa di terremoto di prima mattina, che ci ha fatto ritrovare nella sala colazioni ancora in pigiama con addosso solo il passaporto e tanto spavento. Nulla in confronto allo scossone avvenuto a Mosca in quegli stessi giorni, quando otto repubbliche approvarono il nuovo Trattato dell’Urss quale unione di stati sovrani con presidente, politica estera e militare in comune.
A fine luglio 1991 terminammo le prove di accettazione degli impianti e macchinari. Nel frattempo la storia galoppava con lo scioglimento del Patto di Varsavia. Le riforme proposte da Gorbacev non riuscivano a scardinare l'opposition dei poteri forti, l’inflazione era fuori controllo, la popolazione era scettica sulle sue proposte di riforma, forse troppo ambiziose dopo 70 anni di socialismo reale. La sua popolarità si è frantumata quando il potere d’acquisto è crollato sul peso dell’inflazione a doppia cifra ed il paese è precipitato in una disastrosa crisi economica.
Mentre stavamo organizzando la chiusura del cantiere, Gorbaciov con un gesto disperato chiese al G7 di Londra un sostegno al suo piano di riforme. Gli unici capi politici a favore furono il cancelliere tedesco Kohl ed il primo ministro italiano Andreotti. La maggioranza si espresse contro la concessione dei sostanziosi crediti da lui richiesti per fronteggiare la crisi in cui versava il Paese e mantenere il controllo della fibrillazione politica interna, sancendo di fatto la sua fine politica.
Due settimane dopo il rientro in Italia, l’edition straordinaria del TG passò la notizia del golpe a Mosca, che per noi, parafrasando Gabriel García Márquez, era cronaca di una morte annunciata. Il resto è storia nota: Eltsin in piedi sul carro armato, il fallimento del golpe, il rientro di Gorbaciov a Mosca dalla Crimea come un naufrago, l’effetto domino che ad agosto 1991 avrebbe provocato la dissoluzione dell'Urss con la proclamazione dell’indipendenza di molte repubbliche e lo sgretolamento del sistema socialista in Europa, dalla Jugoslavia alla Polonia. 
Il progetto di convivenza del socialismo col libero mercato venne sepolto entro l’anno, con le dimissioni formali di Gorbacev e l’ultima riunione del Soviet Supremo che ratificò lo scioglimento dell'Urss, concluso con l’atto di grande valenza simbolica della sostituzione della bandiera sul Cremlino con quella bianco-rosso-blu della Federazione russa, rispolverata dal tempo degli zar.
Riflettendo sulla drammatica situazione attuale nella regione, mi sorge spontaneo chiedermi come sarebbe cambiata la storia se l’Europa avesse fornito adeguato sostegno ai tentativi di riforma di Gorbachev, creando un’alleanza strategica con un Paese a noi simile per cultura e storia, allargando i confini dell’Europa rendendola finalmente protagonista, sia per peso politico che come potenza economica. Avrebbe forse garantito maggiore stabilità internazionale ed evitato l’ascesa al potere dell’actuale dittatore allevato dal KGB, ma ancora una volta la UE si è ripiegata remissiva agli interessi del nostro maggiore alleato oltre oceano. Un’occasione mancata, che probabilmente oggi non ci costringerebbe ad osservare scenari di sterminio di civili innocenti ed a dibattere di bollette energetiche e del rischio di una nuova recessione economica.
Purtroppo non esiste alcuna controprova, quasi a ribadire la profezia di un proverbio russo ripetuto con amarezza dai miei amici di allora: «Non esiste soluzione più definitiva di quella provvisoria».

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