U: UMORE

di Stefania BAMBACE.

 


UMORE

di Stefania Bambace
Data: 12 Marzo 2026
«Perché sei sempre triste, tesoro?».
A quella domanda Beatrice si strinse abbracciandosi forte le ginocchia e chiudendo gli occhi, scivolando più giù nel tepore dell’acqua della vasca da bagno. Le sembrava che lo sforzo della stretta potesse trattenere quella lacrima impertinente che reclamava di scendere. No, non voleva piangere, Ludovico non se lo meritava. Aveva messo tutto se stesso per creare le condizioni di una giornata diversa, affinché lei potesse sentirsi di nuovo viva. Non poteva fargli questo.
Beatrice dunque non rispose, mal celando il suo umor nero con una tenera carezza, sempre ad occhi chiusi, lasciando che le dita incerte indovinassero i lineamenti di Ludovico e distendessero dolcemente le rughe di espressione che lei conosceva a memoria. Beatrice voleva davvero che lui la percepisse tranquillizzante, anche se quella domanda le si era conficcata come una spina nell’anima. Nondimeno i dolori diffusi del suo corpo le frenavano il sorriso.
Beatrice continuava, sfiorandola, a giocare con la pelle di suo marito, che nel frattempo era scivolato nell'acqua accanto a lei e le porgeva romanticamente un flûte di prosecco. Con gli occhi a fessura Beatrice intravedeva i contorni sottili del vetro, le bollicine spumose che salivano verso la superficie e, subito in secondo piano, le labbra semichiuse di Ludovico, in un'espressione più enigmatica che gioiosa. Nel loro silenzio parlava lo sciabordio dell'acqua contro le pareti della vasca, mentre Ludovico riponeva con delicatezza il bicchiere sul bordo. Una scena assolutamente perfetta, cinematografica, un’atmosfera di un’intimità nota, collaudata. Beatrice non voleva permettere che vincesse il suo umore cupo a distruggere tutto.
Tentò dunque di rilassarsi, di placare quell'umore che si era insinuato come un corpo estraneo nella sua anima solare. Per anni Ludovico l'aveva presa bonariamente in giro, definendola "la mia radio privata", per quella voglia esagerata di cantare sempre, in ogni situazione, anche in bagno. Sembrava avere un repertorio infinito. Un'esplosione di buon umore, frizzante come quel prosecco che ormai aveva lasciato a sgasare nel bicchiere, dopo averlo sorseggiato appena. Ora Beatrice si sentiva così, senza più bollicine. Sapeva che, se avesse aperto bocca, avrebbe lasciato fuoriuscire quell'umore che proprio non voleva lasciarla. Per questo non parlava. Anche gli occhi di Ludovico avevano perduto la consueta brillantezza ed ora la scrutavano interrogativi. Di certo si stava chiedendo se fosse riuscito a scacciare quel cattivo umore di lei.
Umore…. che parola curiosa! Deriva dal latino, “essere umido”, sostanza liquida, acqua. Acqua…. ma guarda un po'. Per la scuola ippocratica l'umor nero era la bile, uno dei fluidi organici dal cui equilibrio dipendeva la salute dell'individuo, e dal loro rapporto il temperamento. Di qui gli usi figurati per indicare l'indole di una persona. Da umore poi deriva umorismo, la capacità di cogliere il lato comico, ridicolo, divertente. Ma l'umorismo pirandelliano non era il sentimento del contrario? Reminiscenze di studi universitari affioravano come il sapone in superficie: scivolose, non si lasciavano trattenere. Eppure quanto li aveva scandagliati, e quanto li aveva amati, quei concetti!
Beatrice non poteva accettare che il suo cattivo umore fosse diventato improvvisamente una costante della sua personalità: per lei era un'emozione transitoria, seppur negli ultimi tempi ricorrente. Un umore che aveva affossato il suo proverbiale senso dell'umorismo. Quello di tutti i giorni, senza scomodare la nobiltà di Pirandello. Ma davvero era uno stato d'animo che si era impossessato di lei come un piccolo demone? O erano le circostanze esterne a ricoprirla con un velo di ombra e tristezza?
Quasi per sciogliere il suo dubbio, Beatrice decise che era giunto il momento di uscire dalla vasca ed asciugare il corpo ed i pensieri. Ed ecco ripresentarsi il dramma del reale: le gambe che cedono, il corpo che non risponde, comunque ci provasse Beatrice non riusciva nell'impresa e scivolava ad ogni tentativo goffamente nell'acqua, che schizzava fuori dalla vasca allagando il perimetro circostante, proprio come la sua rabbia e la sua frustrazione. Le braccia forti di Ludovico la sorressero e la adagiarono il più dolcemente possibile sul bordo, dove fino ad un attimo prima era appoggiato il bicchiere di prosecco insieme con la perfetta atmosfera da film romantico. Il silenzio, già rotto dai lamenti e le grida di panico, pur sommesse, di Beatrice disperata, si interruppe definitivamente.
«Hai visto, ce l'hai fatta, bravissima! Ora aspetta che ti aiuto ad asciugarti».
L'umore di Beatrice era ad un tratto ondivago, più dell'acqua che aveva smosso dimenandosi per riuscire a tirarsi su. In lei c'era sollievo per l'impresa, profonda gratitudine per Ludovico, anche stavolta premuroso e presente, umiliazione per la persona che non era più, tristezza e rabbia per l'autonomia perduta, vergogna, preoccupazione per il futuro suo e di Ludovico, ego ferito. Un umore pessimo che rimaneva chiuso nei confini del non detto. E poi c'era il dolore fisico, che non la lasciava mai. Beatrice era esausta. Troppa adrenalina in pochi istanti. Avvolta nell'accappatoio stava recuperando gradatamente lucidità. Tutto era più asciutto, ora. Bisognava tornare ai gesti ordinari.
Chissà perché in quel momento le tornarono in mente i fagioli. Sì, quei fagioli freschi che si divertiva a sgranare insieme con la sua mamma. Aprivano i baccelli e lasciavano cadere i chicchi nella ciotola, aprivano se stesse a risate, aneddoti, confidenze. Avrebbe voluto una ciotola di fagioli da sbucciare assieme a Ludovico. Con lui avrebbe voluto aprire baccelli e lasciare cadere a cascata frasi, ricordi, tutti i non detti di una vita. Quella domanda non le dava tregua: perché sei sempre triste?
Beatrice sapeva. Non era un fastidio accidentale ciò che aveva provato, ma Ludovico non era così avanti. Non poteva accettare il diritto legittimo di Beatrice a stare con la sua emozione, con il suo umor nero, perché in realtà destabilizzava lui, il suo fare talvolta affannoso per poter rimettere in ordine il loro mondo. Un impegno lodevole, da cavaliere antico e nobile. "Ti salvo per non sentire il dolore del mio limite": questo era però ciò che Beatrice riusciva a leggere nel cuore di Ludovico, o meglio, nel pozzo profondo del suo inconscio. Ma lui non sapeva, non poteva portarlo in superficie. Beatrice avrebbe voluto dirgli che non era lui il responsabile del suo dolore, che il suo restare accanto a lei ed alla sua tristezza valeva assai di più che cercare una soluzione, ma aveva paura di deluderlo o di ferirlo. Già…. e lei? Era poi così diversa? Non sopportava di essere la causa del malumore di Ludovico, andava in ansia a vederlo stare male, quindi cercava di proteggerlo dal suo proprio umor nero. Un cortocircuito. Così tutto restava muto, non faceva rumore. Quel rumore dei fagioli che cadevano nella ciotola.
R-UMORE. L'umore di Beatrice era dunque amputato, gli mancava una lettera roboante davanti che lo rendesse udibile, che lo spiegasse.
Poi Ludovico entrò nella stanza: «C'è un bel sole fuori, vieni, usciamo».
Com'era bella quell'aria tiepida, come era accogliente la dolcezza di lui che sapeva accontentarsi. Un sentimento profondissimo di amore puro la invase. D'un tratto Beatrice si voltò, lo vide ed esclamò con gioia infantile: «Guarda, un mazzetto di bucaneve! Sono bellissimi!».
Si alzò una brezza a muovere i fiori come piccole campane. Sembrava sussurrare l'imminente arrivo della primavera. Beatrice pensò ai versi del poeta tanto amato:
… e tutto mi sa di miracolo
E altrettanto miracolosamente l'umore di Beatrice cambiò.

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