C: Cane domestico

di grazia berardinelli


Cane domestico
di Grazia Berardinelli

Fin da piccola ho avuto tra i piedi cani di ogni razza.

Negli anni sessanta il rapporto con i cani era diverso rispetto ai tempi moderni. Gli animali domestici in genere avevano ruolo e funzione precisi. Facevano la guardia, si muovevano in libertà e disinvoltura nei vari ambienti, giardino, cuccia, strada, casa, frequentata di rado e solo al bisogno. Insomma, la domesticità di allora era ben lungi dalla coabitazione coatta, umanizzata odierna.

Riguardo ai cani, per la loro risaputa fedeltà e socievolezza, ho tanti bei ricordi.

Bobby, uno splendido setter dal pelo raso fulvo, orecchie lunghe alla Pluto, mi accompagnava tutte le mattine a scuola e mi aspettava all’uscita. Piansi quando il segretario scolastico, che lo portava spesso a caccia, un lunedì ci informò della sua scomparsa, si era perso, inseguendo una preda.

Mosè, salvato dalle acque, l’avevamo trova grazie ai suoi flebili lamenti, abbandonato sul greto di un ruscello da fredde mani.

Dick, detto il libertino, girava per il paese in piena autonomia. A volte spariva per giorni, richiamato dai latrati plurimi di un drappello di cani randagi che, in periodo di accoppiamento, all’alba veniva sotto la mia finestra per farlo uscire. Da buon mandrillone, appena poteva li seguiva. Al ritorno si presentava acciaccato, ferito, sporco da far spavento. Per mio padre era il forestiero piemontese. Insomma non lo vedeva di buon occhio, da quando il figlio primogenito, residente a Torino, gliel’aveva mandato in treno senza un preavviso.

Una mattina una telefonata del capostazione di Campobasso lo informò dell’arrivo del Signor Dick. Così aveva dovuto prendere un taxi da Trivento, paese molisano a cinquanta chilometri da Campobasso, per accogliere l’ospite. Giunto alla stazione, per sua grande sorpresa, si era trovato a prelevare un cagnolino, custodito in una cassettina con tanto di cibo, altro che signor Dick. Il capostazione si era divertito alle sue spalle.

Mowgli, cucciolotto scapigliato, smarrito lungo una strada sterrata, costeggiata da un folto bosco dell’Alto Molise, fece difficoltà ad ambientarsi nella nostra casa, scivolava ovunque e tremava disorientato. Ci volle molto tempo per adattarsi.

Diana, un volpino simpatico e vivace, il classico cane pantofolaio da salotto, era il preferito dell’ultimo dei miei fratelli. Se lo portava ovunque, anche in postazione di guida a rischio multe. Si sentiva il padrone di casa, i divani, i cuscini, il letto erano la sua passione, pur sempre guardingo, pronto a saltare giù appena veniva scoperto. In estate Diana entrava in conflitto con i “Due neri per caso”, i due volpini neri di mio fratello di Torino. Li vedevi arrivare, il primo con le chiavi della sua macchina in bocca, il secondo con la coda del primo tra i denti, uno spettacolo di comicità.

Pepita, ultimo cane della famiglia, era uno stupendo exemplar di Labrador mielato con tanto di petit green, portatomi il giorno del compleanno in una scatoletta di scarpe, avvolto in un enorme fiocco rosso.

E dire che alla morte di Mash, la penultima dei cani, detta la matrona, meticcio di boxer e lupo, avevo detto in modo perentorio alla famiglia “Basta coi cani, non portatemene più in casa”. Tutti volevano il cane ma accudirli toccava sempre a me.

Come dire di no alla preziosa amata Pepita. Era l’emblema dei cani che tutti avrebbero voluto. Era di una bellezza da annali, riservata, super intelligente, di grande adattabilità e socievolezza, era a conoscenza di un ampio vocabolario, mi capiva anche senza alzate di voce o gesti, comunicava con i movimenti delle orecchie e le espressioni degli occhi, riassumeva le caratteristiche peculiari di tutti i cani di famiglia.

La maternità era toccata solo a Mash, trenta cuccioli in tre parti, nati da plurime fecondazioni con cani randagi che in modi arditi l’accoppiavano. La natura sa essere prodigiosa, nonostante le nostre antropizzazioni tra recinzioni, muri, cancelli in ferro battuto. Io stessa ho avuto modo di vedere un cane equilibrista di grossa taglia che si destreggiava, assottigliandosi, su un sottilissimo bordo in cemento di un tettuccio in procinto di entrare. Qualche amico mi diceva che i cani riescono ad accoppiarsi come calamite tra le grate.

Il mio giardino in pendenza ha visto volteggiare e rotolare tutte le nidiate di cuccioli meticci, unici per taglia, colore, tipo di pelo, tra guaiti ed abbai per la gioia di figlie e vicinato.

Non avrei potuto, né voluto tenerli tutti. Dopo attenta selezione, cominciai a distribuirli tra parenti ed amici. Avevo scartato una coppia di giovani giunti a prelevare in moto Wolf, il forzuto. Si erano presentati senza casco e custodia per prelevare il cucciolo. L’idea che avrebbe viaggiato senza sicurezza mi fece rifiutare la consegna, inventandomi all’istante una bugia.

Beethoven si era distinto nella cucciolata per aver ridato la parola al papà depresso della mia pettinatrice. Gli altri c

La menzione d’onore va al primogenito di Mash, Sugar dal vello maculato bianco e nero, stile dalmata, dal portamento, riservato, austero e impeccabile. Crescendo, Sugar era diventato l‘amante di sua madre, come Edipo, ne controllava le scappatelle verso un maneggio, appena si apriva il cancello automatico. Ci veniva a chiamare, mostrando disagio e preoccupazione fino a quando decideva di rientrare al galoppo, maleodorante e sporca di escrementi di cavallo, su cui si rotolava.

Sugar accoglieva sempre i nostri ospiti senza abbaiare e in modo ossequioso, era il nostro maggiordomo, un vero cane domestico.

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