J: Judo a quindici anni
di Rocco Masino.
Judo a quindici anni: quando cadere era l’unica cosa che sapevo fare bene (e nemmeno quella)
di Rocco Masino
Ciao a tutti. Era il 1975, avevo quindici anni e un mio compagno di scuola mi aveva convinto a provare il judo come sport. Quindici anni e una sessantina di chili scarsi, il mio compagno di scuola che mi aveva magnificato questo sport, diversi film di Bruce Lee e la convinzione granitica che fosse lo sport più figo del mondo, mi spinsero a entrare del dojo della società Sho-Bu-Kan. La palestra era situata alle spalle della parrocchia della Natività di Maria Vergine, in via Bardonecchia, anche conosciuta come parrocchia di Pozzo Strada. La società Sho-Bu-Kan aveva sede in piazza Giovanni dalle Bande Nere a Sassi.
Nessuno dei miei parenti aveva tentato di fermarmi, tanto sapevano che sarebbe stato inutile provare! Feci il mio ingresso nel mondo del judo ben accolto dal maestro e dagli altri praticanti. Il maestro tra l’altro me lo aspettavo decisamente più robusto di fisico, ma imparai presto che era meglio averlo come amico che come nemico. Il tatami odorava di gomma, l’odore del sudore era ovunque ma l’adrenalina cominciava a salire. Il maestro dopo avermi stretto la mano disse: “Come prima cosa impariamo a cadere”.
Magnifico pensai. Una ragazza da conquistare, il mondo da affrontare e io ero lì in un pigiama bianco, lo judogi, a prendere appunti su come cadere sbattendo il palmo della mano sul pavimento del tatami. I miei cuginetti di tre anni lo facevano ogni 20 minuti e nessuno li aveva iscritti a niente! Le prime cadute erano state un capolavoro involontario. Cadevo in avanti quando dovevo cadere di lato. Cadevo di lato quando dovevo cadere all’indietro. Una volta — e questo non l’ho raccontato a nessuno per anni — ero caduto senza che nessuno mi avesse toccato. Avevo semplicemente perso l’equilibrio stando fermo. Il tatami era lì. Disponibile. Accogliente.
I compagni poi erano tutta una scoperta. Da adulti con famiglia a giovani judoka vogliosi di fare carriera, da anziani a ragazzine micidiali capaci di batterti come un tappeto col battipanni. Di tutto un po’. Comunque verso la fine di maggio di quell’anno andai alla sede della società a dare l’esame per prendere la cintura gialla, dopo mesi di apprendistato con la cintura bianco pallido. Mi accompagnò mio papà e con lui tutto il resto della mia famiglia, cioè mia mamma e mio fratello. Esame superato alla grande! Unica pecca fu che il facsimile di combattimento finale dell’esame fu fatto con una ragazza, alla quale io, con molto rispetto, cercai di non esagerare con le tecniche per non farle male, ma lei non ricambiò la cortesia. Anche questa volta fui trattato come tappeto da spolverare! Indimenticabile il commento di mio papà durante il ritorno a casa: “Complimenti, sei stato proprio bravo. Però prenderle di santa ragione da una ragazza…”. Non potei replicare! Fresco di cintura gialla incominciai a prepararmi per la cintura successiva, quella arancione. E di conseguenza nuove tecniche da imparare e tanti combattimenti per affinare la tecnica.
Non mi ricordo più i nomi dei miei compagni di avventura nel judo, sono passati troppi anni e poi li ho persi velocemente di vista. Ma una sera dopo la consueta lezione di tecnica, venuto il momento di fare i combattimenti a coppie, il maestro mi disse: “Tu stasera combatti con Enzino”. Ok dissi io, ma questo Enzino non lo avevo mai visto prima. Dopo qualche minuto “Enzino” salì sul tatami. Avete presente un armadio con un frigorifero dentro? Questo era Enzino, cintura marrone. Letteralmente non riuscivo a spostarlo, quindi anche lui mi trattò come uno zerbino da ripulire!
Ma per fortuna non erano tutti come Enzino, qualche combattimento lo vincevo pure io. E fu così che verso fine anno presi anche la cintura arancione. Un esame sulla falsariga di quello della cintura gialla, compresa la solita ragazza che mi faceva volare da una parte all’altra del tatami. Volevo arrivare alla cintura marrone o nera, ma non avevo fatto i conti con la fine della scuola e l’inizio del lavoro. Orari diversi, impegno diverso, una sola sera a settimana disponibile. Praticamente non riuscivo più ad allenarmi: fui costretto a smettere di praticare judo.
Non ero bravo. Avrei avuto bisogno di altro tempo per imparare e migliorare. Eppure, tra una caduta epica, un nodo alle braccia e un “ma come si fa già questa presa?”, il judo era diventato parte di me. Mi ha fatto ridere e imprecare, crescere… e soprattutto mi ha dato materiale per raccontare questa storia che nessuno crederebbe se non mi avessero visto rotolare dal vivo.
Ma a quindici anni, cadere e rialzarsi era già — senza che nessuno me lo dicesse esplicitamente — l’unica cosa che contava davvero imparare.


