J: La Juventus

di mara biglia.


LA JUVENTUS
di Mara Biglia

La Juventus è entrata nel cuore di Ettore che era un bambino, si è insediata ed è ancora lì, e sono passati sessant'anni.

In casa non si parlava di calcio, papà era indifferente, ma furono i due cugini della mamma, juventini da sempre, a fargliela scoprire e a alimentare la sua passione. Ettore era un bambino gracile, delicato, ed era bravissimo ad attirare ogni sorta di virus; all'asilo era andato per un breve periodo perché sovente era malato.

La situazione si aggravò nel primo anno di scuola, quell'inverno uscì poco, pochissimo; non sapeva come passare il tempo, faceva i compiti, guardava quel po' di televisione al pomeriggio “la tv dei ragazzi”, aveva qualche gioco, ma lui voleva uscire, non ne poteva più, piangeva disperato, dava il tormento.

Finché un pomeriggio la mamma arrivò con l'album delle figurine dei calciatori, e qualche bustina, fu amore a prima vista!

Certo che ogni bustina bisognava meritarsela, cioè: non tormentare la sorellina, prendere le medicine senza storie, stare bravo insomma.

Passava ore a guardarle, quelle figurine, imparava i nomi di tutti i calciatori, specialmente quelle della Juventus, in attesa di qualche rifornimento.

Nel fine settimana i due cugini della mamma, Piero e Edgardo, venivano a trovarlo. Lui li aspettava con ansia: Piero aveva sempre in tasca qualche bustina, si sedeva vicino al letto e lo aiutava a incollare le figurine sull'album. Edgardo non stava mai fermo, in piedi, al centro della camera gli raccontava della “sua Juve”. Gli parlava del suo centravanti preferito, Charles, di Sivori e Boniperti. Nonostante la sua mole mimava le azioni di gioco, si spostava di qua e di là.

“E Charles ha tirato una cannonata. GOOOL! Guarda guarda” e dava un gran calcio all'aria. Ettore rideva come un matto. “Ancora Edgardo, ancora. Raccontami dell'argentino, di Boniperti” non si stufava mai di sentirlo ed era festa, grande festa.

Però il suo confidente era Piero, Ettore gli apriva il suo cuore, gli raccontava le sus giornate, spesso si metteva a piangere, perché voleva uscire, andare a giocare a pallone in cortile, come tutti gli altri bambini. Piero lo consolava, e un giorno in cui il bambino era veramente disperato, gli fece una promessa: “Stai bravo, abbi pazienza, quando guarisci ti porto alla stadio a vedere la Juventus”.

Questa prospettiva fece miracoli, prendeva tutte le medicine senza storie, scrutava il termometro ansioso, per vedere se quella maledetta febbre se ne era andata, finché in primavera inoltrata venne il gran giorno.

La mamma non era molto d'accordo, ma i due cugini riuscirono a convincerla, anche perché quel povero bambino aveva passato tutto l'inverno in casa, bisognava premiarlo in qualche maniera.

Fu così che in una domenica di maggio, Piero e Edgardo lo portarono allo stadio Comunale a vedere la sua prima partita della Juventus, era piccolino non riusciva a vedere bene, allora se lo misero sulle spalle, prima uno e poi l'altro, per tutto il tempo.

L'anno seguente la sua salute era molto migliorata, ci fu una trattativa: poteva andare allo stadio con i suoi angeli custodi, ma se pioveva, faceva troppo freddo o prendeva un brutto voto, doveva stare a casa, senza storie.

Ettore abitava in corso Sebastopoli, a circa un km dallo stadio, se si metteva alla finestra del tinello poteva vedere il corso. Così nelle domeniche in cui c'era la partita, si appostava dietro quella finestra finché non scorgeva in lontananza le sagome dei due cugini. Due armadi che avanzavano fianco a fianco, due quintali abbondanti di gentilezza.

Non appena li vedeva sentiva dentro di sé una gioia immensa, era il momento migliore della settimana, scappava a mettersi il cappotto e li aspettava sotto al portone.

Quando doveva stare a casa, era tristissimo, ma sapeva che poi uno dei cugini sarebbe passato a commentare la partita, che lui aveva già sentito alla radio.

Così andare allo stadio divenne un'abitudine, le vecchie regole erano ancora in vigore, ma lui stava crescendo e la sua salute non dava più preoccupazioni, lo studio poi, non era un problema.

Con il tempo si era formato un gruppetto di parenti, amici, rigorosamente bianconeri, che andavano al Comunale con loro; in quel km tra casa sua e lo stadio si parlava di formazione, tattica, giocatori, e lui se lo godeva tutto.

Negli anni avevano condiviso la gioia degli scudetti, come pure la rabbia per non avercela fatta, l'esasperazione per quella Champions che non riusciva a arrivare, il tormento dell'Heysel, la pena per Picchi, morto così giovane, e la preoccupazione per Bettega malato di pleurite. Avevano commentato i nuovi campioni che si alternavano: il giovane Anastasi, i primi passi di Furino la roccia, e poi la nascita di quella formazione che fece sognare l'Italia. La sa ancora a memoria e ogni tanto la ripete: ZOFF, CUCCUREDDU, GENTILE, SCIREA, CABRINI, TARDELLI, FURINO, CAUSIO, BETTEGA, FANNA.

Ancore adesso ricorda quell'ultima giornata del 1981, quando, a sorpresa, la Juve vinse lo scudetto. L'altoparlante, allo stadio, che annuncia che la Roma sta perdendo, il boato del pubblico, Piero che alza il volume della sua radiolina, il radiocronista urla come un matto, e poi Ettore e tutta la combriccola si ritrovano a urlare felici per corso Sebastopoli.

Quanti campioni hanno visto sfilare, alcuni si sono portati via un pezzetto di cuore: Scirea, Vialli, quel napoletano anomalo di Ferrara, un giovanissimo Buffon, che poi sarebbe diventato una bandiera per la squadra, Platini, Boniek. Tutti accolti con cautela, e poi adottati con tutto il cuore, discussi e salutati con rammarico.

Pian piano quell'indomito gruppetto juventino è sparito, i due meravigliosi cugini non ci sono più.

Per qualche anno alla partita è gone da solo, ma poi è arrivato il tempo di portare suo figlio, allevato come si deve. Adesso è con lui che commenta le partite, misura i nuovi campioni, vanno allo stadio insieme, oppure stanno seduti fianco a fianco sul divano a vederla alla tv, discutendo come matti.

È contento di averlo accanto, di condividere questa passione che lo ha accompagnato, e un po' condizionato la vita. Come quando ha scelto di sposarsi in estate, per non correre il rischio di perdere qualche partita, oppure tutte volte ha fatto l'impossibile per rientrare in tempo per andare allo stadio. Perché la Juve è la Juve, e non si discute.

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