C: CHENG DU – CAPO CANTIERE - CINA
di giuseppe bambace.
CHENG DU – CAPO CANTIERE - CINA
Sono arrivato a Cheng-du per la prima volta a luglio 1995, in un’estate calda e piovosa.
Era trascorsa una sola settimana dal rientro dalla Siberia, dove avevo trascorso quasi due anni in un cantiere molto impegnativo. Avevo affrontato il viaggio di ritorno sotto la neve, per cui l’arrivo in una zona tropicale era un cambiamento meteorologico epocale, oltre che culturale e professionale, ma la curiosità intellettuale di vivere un’esperienza in Cina, un Paese così ricco di fascino aveva preso il sopravvento e fugato ogni remora.
Mi era stata assegnata la mansione di capo cantiere in due impianti distinti, situati a tre ore di volo e 12 ore di treno l’uno dall’altro, entrambi destinati alla produzione di alluminio. Avrei fatto base presso il sito più importante, con sopralluoghi mensili presso l’impianto minore, a meno di imprevisti che avessero richiesto interventi specifici a più breve scadenza.
Il progetto si è protratto per circa un anno e mezzo, con alterne fortune, momenti di progresso importante, altri di inconvenienti che ne hanno rallentato la conclusione, avvenuta nella primavera del 1997 con una grande cerimonia di inaugurazione alla presenza dell’allora ministro del commercio con l’estero Augusto Fantozzi.
Ho vissuto un’esperienza professionale senza uguali, ma soprattutto ho potuto condividere la realtà umana e sociale di un Paese che stava profondamente cambiando sotto i miei occhi, guidato dalla spinta riformatrice del leader Jiang Zemin, salito ai vertici del potere del PCC all’indomani dei tragici eventi di Piazza Tienanmen e che aveva assunto la presidenza dello Stato nel 1993.
Avevo coltivato grandi aspettative verso questo Paese, che il nostro immaginario dipinge come la patria di Confucio, fucina di arte, cultura, medicina alternativa, gastronomia, seta pregiata e tanto altro. Ma il primo impatto è stato ostile, Cheng-du è la capitale del Sichuan, una regione legata indissolubilmente al culto di Mao, con una mentalità molto conservatrice, quindi molto chiusa al cambiamento. Il sobborgo dove era stato dislocato l’insediamento industriale era un’area prevalentemente rurale, il paese pullulava di piccoli esercizi commerciali a conduzione familiare, aperti come appendice delle abitazioni stesse.
Poche automobili private sulle strade, che brulicavano di biciclette, risciò, taxi, pulmini per trasporto collettivo, carri trainati da animali, camion sovraccarichi di ogni sorta di merce. La strada principale che collegava il paese alla capitale era talmente affollata, che richiedeva circa 2 ore per percorrere poco più di 20 km.
La nostra squadra di tecnici, primi occidentali ad affacciarsi in questa zona isolata, era apostrofata e additata ovunque come laowai, gli stranieri in senso spregiativo. Ricordo che spesso provocavamo ingorghi stradali davanti ai negozi, perché pedoni macchine risciò si fermavamo per osservare quelle strane creature con le braccia ricoperte di peli. Quando i commercianti si sono resi conti che eravamo una buona fonte di reddito, il rapporto si è trasformato in una gentilezza utilitaristica, che però ci ha reso la vita quotidiana più agevole.
D’altra parte, rimangono scolpite nella memoria cartoline di un mondo che tramandava la tradizione e che in pochi anni sarebbe stato spazzato dal nuovo corso economico e sociale, sacrificato all’economia di mercato di scuola cinese, forse più brutale del liberismo dei Paesi occidentali.
Conservo fotografie sbiadite di quelle attività ormai dimenticate: contadini che arano il loro piccolo appezzamento di terreno con l’aratro trainato da una coppia di bufali; parrucchieri di strada che dispongono il loro banchetto lungo i viali alberati, il riso steso su stuoie di canapa lungo il ciglio della strada, perché i camion di passaggio lo calpestassero per separare la pula; anziani che praticano il Qi Gong in gruppo nei giardini e nelle poche aree verdi del paese.
Una menzione speciale merita il quartiere del mercato, suddiviso geometricamente per categorie commerciali, che si esercitano in parte al chiuso, in parte all’aperto lungo la strada che si snoda tra le botteghe. Nei bassi fabbricati con tetti di coppi di colore nero e pavimento in terra battuta gli artigiani lavorano con mani esperte la ceramica, per produrre vasellame di ogni foggia e dimensione richiamando i temi delle varie dinastie del passato, o dipingono le superfici interne di piccole bottiglie con scene tradizionali, usando pennelli sottilissimi ed un’abilità da mozzare il fiato.
All’esterno si commerciano frutti e vegetali rigorosamente locali, alcuni dei quali possiamo trovare oggi nei nostri mercati, ma che allora erano a noi totalmente sconosciuti. La colonna sonora è costituita dai richiami dei commercianti, dal canto di migliaia di uccelli in mostra in gabbiette di legno.
Ma i dettami del governo centrale non ammettono deroghe, vanno presi alla lettera. Ne sono un insegnamento la stretta militare e la colonizzazione forzata del vicino Tibet o l’eco giunta fino a noi di sommosse e attentati dinamitardi nella remota provincia del Xinjiang a maggioranza mussulmana, soffocate dall’intervento militare.
L’incalzante politica di modernizzazione ha raso al suolo il quartiere dei mercatini, sostituito con moderni grattacieli e centri commerciali, ha inaugurato il primo Hotel Holiday Inn di oltre 30 piani in soli 8 mesi dall’inizio dello scavo delle fondamenta, ha trasformato la strada affollata di collegamento alla capitale con un’autostrada a 3 corsie per senso di marcia, solcata da automobili private e SUV all’ultima moda, ha rivoluzionato l’aeroporto che era assimilabile ad una baracca con pista annessa in una moderna struttura di architettura avveniristica in granito vetro e alluminio, paragonabile all’aeroporto di Monaco di Baviera.
Ho assistito alla proliferazione di banche private, mentre i notiziari TV passavano ossessivamente ogni giorno gli incontri di Jiang Zemin con delegazioni straniere, molte di Paesi europei, per firmare accordi commerciali per la costruzione di siti industriali di vari settori con tecnologia allo stato dell’arte, premessa del fenomeno che oggi chiamiamo delocalizzazione.
In antitesi allo sviluppo sfrenato, del nostro sobborgo rimane il ricordo della povertà delle classi rurali, la classe operaia vestita ancora della tunica e cappello retaggio del periodo maoista, il rumore dei sandali delle madri della politica governativa del figlio unico, che si riunivano in attesa dello scuola bus, per poi ritirare la cena fatta di riso e verdure presso la mensa collettiva; addetti alla raccolta rifiuti che si contendevano la nostra spazzatura, il rammarico del nostro interpreter, alla cui generazione era stato negato il diritto all’istruzione per 6 anni dal regime della rivoluzione culturale proletaria, rimasta al potere fino al 1978.
Ma degna di ammirazione anche la politica di rinnovamento della classe dirigente, che promuoveva i giovani nelle funzioni di responsabili di settore della fabbrica, la loro ricerca spasmodica della comunicazione informatica, per raggiungere spazi ed orizzonti preclusi ai loro genitori.
In conclusione, resta l’emozione di aver visitato un grande Paese, di aver vissuto in diretta le forti contraddizioni della sua transizione epocale. Per fare un parallelo con la rivoluzione industriale europea, è stato come osservare un concentrato del boom economico degli anni ’60, proiettandoci in una contrazione della dimensione temporale, in cui la tradizione e la modernità convivevano, si sovrapponevano.
Rimane come denominatore comune l’orgoglio sciovinista per il proprio Paese. Infatti, la parola cinese per Cina è Zhōngguó, che significa il Regno di Mezzo, che in concreto si traduce nel vanto di essere depositari della saggezza, della cultura, della storia ed oggi anche dell’economia, mentre ogni popolo al di fuori di questo cerchio magico è di rango inferiore, di qualsiasi confessione, razza o colore esso sia.
La sensazione più forte, intrisa di malinconia, è il dubbio che questa trasformazione abbia lasciato indietro la filosofia confuciana e la ricerca interiore di spiritualità, nel nome di un utilitarismo feroce.
Ora che la Cina detiene il 20% del debito pubblico USA, che ha acquistato in senso letterale interi Paesi africani e le loro materie prime, che vanta diritti su Hong Kong e Taiwan, dovremmo essere consapevoli che gli equilibri geo politici del mondo sono mutati, quindi richiedono il ripensamento di una strategia futura di dialogo con la nuova realtà, per non rischiare di soccombere al nuovo nuovo mondo, che rende pallido e sgualcito uno dei più clamorosi eventi dell’umanità, quale l’occupazione del continente americano.


